Poi che era fuori della realtà, non vedeva e non sentiva tutte le difficoltà che la natura delle cose opponeva a tutti i suoi piani; come ogni anarchico egli vedeva il male non già nella natura e nelle difficoltà limitatrici inerenti all'anima umana, ma nella volontà degli uomini: uno sforzo di una minoranza audace parea a lui dovesse bastare a tutto. Pure come l'errore ha il fàscino e l'illusione ha le dita di rose, alcune pagine di Pisacane non si rileggono nè meno adesso senza commozione.

Quando s'imbarcò per Sapri egli avea già quarant'anni: avea molto combattuto, molto visto. Nella sua vita irregolare — in ogni senso irregolare — avea perduto le illusioni giovanili, che contrassegnano la spedizione dei Bandiera; egli era in ogni senso un uomo maturo.

La sua spedizione, avvenuta nel 1857, fu fatta dunque con piena coscienza delle difficoltà, anzi con la quasi certezza della morte.

E prima di partire da Genova il 24 giugno 1857 egli volle dettare il suo testamento politico: poche pagine che neppur quelle si possono leggere senza emozione profonda.

Dopo aver affermato la sua fede socialista e aver notato che solo da una rivoluzione sociale potrà venir bene all'umanità, Pisacane dichiarava la sua antipatia per i movimenti costituzionali «.... per me non farei il menomo sacrificio per cangiare un ministro, per ottenere una costituzione; non meno per cacciare gli austriaci dalla Lombardia ed accrescere il regno Sardo; per me dominio di casa Savoia e dominio di casa d'Austria è precisamente lo stesso. Credo eziandio che il reggimento costituzionale del Piemonte sia più dannoso all'Italia che la tirannide di Ferdinando II. Credo fermamente che se il Piemonte fosse stato retto nella guisa medesima degli altri Stati italiani, la rivoluzione sarebbe fatta. Questo mio convincimento emerge dall'altro, che la propaganda dell'idea è una chimera, che l'educazione del popolo è un assurdo. Le idee risultano dai fatti, non questi da quelle ed il popolo non sarà libero quando sarà educato, ma sarà educato quando sarà libero.»

La rivoluzione doveva risultare da sforzi individuali. «Alcuni dicono che la rivoluzione deve farla paese; ciò è incontestabile. Ma il paese è composto di individui, e poniamo il caso che tutti aspettassero questo giorno senza congiurare, la rivoluzione non scoppierebbe mai; invece se tutti dicessero: la rivoluzione deve farla il paese, di cui io sono una particella infinitesimale; epperò ho anche la mia parte infinitesimale da compiere, e la compio, la rivoluzione sarebbe immediatamente gigante.»

Dopo aver detto che egli si recava a Sapri nel principato Citeriore e aver dichiarato lo scopo della impresa, Pisacane affermava: «Non ho che i miei affetti e la mia vita da sacrificare a questo scopo, e non dubito a farlo. Sono persuaso che se l'impresa riesce avrò il plauso universale: se fallisse il biasimo di tutti; mi diranno stolto, ambizioso, turbolento, e molti che mai nulla fanno e passano la vita consumando gli altri, esamineranno minutamente la cosa, porranno a nudo i miei errori; mi daranno la colpa di non esser riescito per difetto di mente, di cuore, di energia.... ma costoro sappiano che io li credo non solo incapaci di fare quello che io ho tentato, ma incapaci di pensarlo.»

Dopo aver parlato di altre imprese e opere audaci, che avevano incontrato diffidenza e avversione, Pisacane continuava: «Non voglio paragonare la mia impresa a quelle, ma essa ha un lato comune con esse; la disapprovazione universale prima di riescire e dopo il disastro, e l'ammirazione dopo un felice risultamento. Se Napoleone prima di partire dall'Elba per isbarcare a Fréjus con 50 granatieri, avesse chiesto consiglio altrui, tutti avrebbero disapprovato una tale idea. Napoleone avea il prestigio del suo nome; io porto sulla bandiera quanti affetti e quante speranze ha con sè la rivoluzione italiana; combattono a mio favore tutti i dolori e tutte le miserie della nazione italiana.

«Riassumo: se non riesco disprezzo profondamente l'ignobile volgo che mi condanna, ed apprezzo poco il suo plauso in caso di riuscita. Tutta la mia ambizione, tutto il mio premio lo trovo nel fondo della mia coscienza e nel cuore di quei cari e generosi amici che hanno cooperato e diviso i miei palpiti e le mie speranze; e se mai nessun bene frutterà all'Italia il nostro sacrifizio, sarà sempre una gloria trovar gente che volenterosa s'immola al suo avvenire.»

La sincerità del sentimento, la certezza del sacrifizio che Pisacane andava a compiere, vengono fuori da ogni parola. Pisacane era in certa guisa l'anarchico che per una contraddizione sentimentale andava a compiere un movimento politico unitario; era l'anarchico, il quale però non discuteva dei mezzi, e, perchè alle forme politiche non credeva, tutto avrebbe tentato. I suoi compagni non eran tutti degnissimi, ed egli avrebbe vuotato volentieri le carceri per prendere chiunque potesse aiutarlo, appartenesse pure al rifiuto della società. Non involgeva egli in una stessa avversione i difensori del sistema politico e i difensori del sistema economico?