A cui lo Speri:

«Per forza, forse: per amore mai.»

Disse e ritornò fra i suoi il soldato della patria.

Con che dignità antica questa nobile figura di patriota e di guerriero traversa i campi della morte! Nella meravigliosa decade bresciana, Tito Speri s'alza splendido tra una schiera di prodi. Tutto in lui era sincero: lo sdegno e il perdono, l'ira e l'amore, il sentimento e il pensiero.

Alle superbe parole del Nugent, il popolo rispose gridando: «Guerra e morte» e al terribile grido s'unirono in breve il rombo del cannone tedesco e il martellare delle campane bresciane.

Gli assalti degli austriaci erano sempre respinti, ma alle cruenti perdite dei bresciani non furono compenso quelle, benchè maggiori, del nemico, ch'ebbe lo stesso generale Nugent, mortalmente ferito.

Solo, il giorno 29, si apprese che la fortuna italica s'era infranta a Novara. L'immane sventura parve rinvigorire il coraggio.

Le palle percotendo sulle barricate le dirompeano con alto fracasso, e i bresciani, privi di ripari, si mostravano egualmente terribili ai nemici, giurando ai loro morti onore di funerali di sangue.

Haynau, il terribile Haynau, il quale stava a campo sotto Venezia assediata, fremeva di sdegno apprendendo che, dopo sette giorni di lotta, le bene agguerrite milizie imperiali non erano state ancor capaci di aver ragione di una folla incomposta di popolani male armati. Il feroce soldato prese un subito divisamento: abbandonato il blocco di Venezia corse a Brescia, e col favore della notte penetrò nel Castello, insieme con molte milizie.

Quando, in sull'alba del giorno seguente, il maresciallo austriaco, dallo sterrato del castello, guardò dinanzi a sè, Brescia appariva superbamente bella, quantunque il dì fosse grigio. Dalle vie, entro le mura, un remore di grida liete e gagliarde saliva, quasi voce della città, palpitante di prodigiosa vita e accesa da virtù indomabile.