E in quel che Bruto vigila

Su le platonie carte,

Cassio tra' lieti cecubi

Gli Idi aspettò di Marte.

Così, o Signore, Giosuè Carducci preparava a sè stesso un grande avvenire di poeta fino da allora; e accennava che per la poesia italiana ci sarebbero state ancora delle giornate di gloria. Lo chiamavano strano, contorto, oscuro; ma gli uomini di più fine intelletto e di gusto più squisito sentivano in lui il maestro di una forma più eletta nella quale si sarebbero potuti nobilmente rispecchiare le più nobili tradizioni dell'arte nostra e tutti i grandi ideali della vita. Terenzio Mamiani, letta la sua canzone a Vittorio Emanuele II, non solo offriva a Giosuè Carducci la cattedra di italiano nell'Università di Bologna, ma vaticinava in lui il poeta giovane della patria risorta. E voi e noi tutti abbiamo la prova che il vaticinio dell'illustre pesarese non è andato smentito dai fatti, e che la poesia, dopo il Cinquantanove ha continuato a dare alla vita italiana delle ispirazioni e delle consolazioni.

F. D. GUERRAZZI

CONFERENZA
DI
GIOVANNI MARRADI.

Signore e Signori,

Nell'anno 1827 uscivano in luce, a poca distanza fra loro, I promessi sposi di Alessandro Manzoni e La battaglia di Benevento di Francesco Domenico Guerrazzi.

Il Manzoni aveva 42 anni, il Guerrazzi 22. I promessi sposi erano stati preceduti da una aspettazione grandissima, che nocque al loro immediato successo e che, sulle prime, li fece quasi parere una delusione agli ammiratori del grande poeta. La battaglia di Benevento, invece, non era stata precorsa da altro rumore che da quello dei formidabili fischi, onde già i Livornesi avevano accolta la rappresentazione d'un dramma del loro giovine concittadino; ma il romanzo trionfò e sbigottì con quella sua forza selvaggia e feroce, la quale, più che rivincita d'autore fischiato, sembrò vendetta di lioncello inasprito.