Il solo genio creatore di Verdi, ritraendo mirabilmente gl'impulsi del suo cuore, fece scattare il pubblico in una esplosione spontanea d'entusiasmo. Ed anche allora mille voci commosse ed esultanti gridarono insieme: Viva Verdi! Ma non era più soltanto il grido di plauso all'autore fortunato e prediletto; non era più la semplice acclamazione all'opera stupenda; non era più la sola esaltazione dell'arte nostra: era il grido del popolo chiamato alla riscossa; era il saluto solenne e vigoroso al precursore della redenzione nazionale; era l'inno vittorioso della folla risvegliata dalla grande luce della libertà!

«Viva Verdi!» Fu il grido che partì da Roma il 17 febbraio del '59 e che si ripercosse in tutte le parti dell'Italia, ingigantito dall'eco.

Ed a quel grido immenso che erompeva dai petti animosi di tutti gli italiani, fu compiuta la unità della Patria. Viva V. E. R. D. I.! Viva Vittorio Emanuele Re d'Italia!

Che sia benedetto il fato!

Ma le glorie di Verdi, in quel periodo epico della vita italiana, furono molte al di fuori delle tre che ho tentato di illustrare. Dal 1849 al 1859 Verdi scrisse dieci opere, compreso l'Aroldo, che non è che lo Stiffelio riformato su nuovo libretto. E nelle dieci opere figurano quei quattro capolavori ormai consacrati alla storia immortale dell'arte dall'entusiasmo popolare di tutto il mondo: Rigoletto, Trovatore, Traviata e Ballo in Maschera.

Nessuna musica al mondo più di quella di Verdi ha mai destato interesse e passione negli animi; e specialmente parlando delle quattro opere famose.

Ci sarebbe da scrivere interi volumi, se si volessero raccogliere tutti gli episodii di esagerato entusiasmo provocato dalla musica di Verdi; e si potrebbe cominciare dall'aneddoto di quell'ufficiale che, assistendo da un palco di quint'ordine ad una rappresentazione della Battaglia di Legnano, fu invaso da tale strano fanatismo che, urlando come un ossesso, gettò in platea e sul palcoscenico, sciabola, spalline, cappotto e tutte le seggiole del suo palchetto; e stava per buttarsi lui stesso di sotto, quando fu agguantato miracolosamente e fu portato fuori del teatro.

Si disse, allora, che l'ufficiale era briaco; ma io non ci ho mai creduto.

Parecchi anni fa ero a Firenze; ed una notte, quando tornavo all'albergo, m'imbattei in una comitiva di cinque o sei giovanotti, che si erano fermati in mezzo alla strada e discutevano animatamente ed a gran voce. Sentii subito che parlavano di musica; e mi fermai cercando di afferrare il senso della loro discussione. Ma i giovanotti si mossero per fermarsi di nuovo dopo una trentina di passi: e rinnovarono questa manovra parecchie volte, ad intervalli che mi parvero perfettamente uguali. Io seguivo costantemente tutte le mosse della comitiva, rimanendo sempre ad una discreta distanza, che mi permetteva di non perdere una sillaba della vivace conversazione.

La disputa era accesa fra due soli della compagnia, e si dibatteva intorno alle opere di Verdi. L'uno dei due sosteneva a spada tratta il Rigoletto come l'opera più perfetta della produzione verdiana; mentre l'altro urlava che il Trovatore poteva comprare tutte le opere di questo mondo, messe insieme.