Nel recitarsi non fu conosciuta.

Ma l'Ariosto aveva della poesia drammatica un concetto troppo aristocratico,per preoccuparsi del giudizio di spettatori che non fossero al caso di apprezzar degnamente le finezze e l'arte squisita ond'egli l'avea trapiantata sul suolo italiano dai verzieri fiorenti del mondo classico. Per festeggiare la seconda discesa in Italia di Carlo V, il duca di Mantova richiese l'Omero ferrarese di qualche nuova commedia; ed egli si affrettò a mandargliene quattro, scusandosi se le sue occupazioni non gli permettessero di correggerle “delli errori circa la lingua„. Ma gli furono rimandate tutte e quattro, accompagnate da una letterina del Duca, nella quale dichiarava che “avenga che l'inventione de tutte siano belle, et scritte benissimo, nondimeno a me non piace de farle recitare in rima„; e gli chiedeva: “se havete le due ultime scritte in prosa, ed anche la Cassaria reconcia et mutata com'è questa in versi, haverò piacer me ne facciate copia; et aggiongerò questo all'obbligo che vi ho de haverle mandate a questo modo, quale è veramente de maggior arte e scienza, ma nel recitar pare non reuscisca, come fa la prosa„. L'Ariosto dovette rimanerci male. Al Duca si contentò di rispondere, con un laconismo che mal cela il dispetto: “a me pareva che stessero così meglio che in prosa; ma i giudicii sono diversi„. Questa volta però il giudicio del Duca aveva per sè il suffragio del maggior numero; e, questa volta almeno, il senso comune era equivalente a buonsenso!

II.

Che stanchezza a quelle monotone rifritture dell'angusto repertorio classico! Perchè dalla folla che vi accorreva si sbaglierebbe ad argomentare ch'esse divertissero molto. Avidi di spettacoli, a quegli spassoni dei nostri bisnonni non si concedeva libertà di scelta. E del resto non era davvero la commedia che li attirasse, bensì la magnificenza e la sontuosità dell'apparato scenico, lo sfarzo delle dame e dei cavalieri che v'intervenivano, e le fantastiche pantomime ed i graziosi balletti che tramezzavan la recita. Che questa poi, nel più dei casi, annoiasse, non si osava dire, sia pel timore di passar per dappochi ed ignoranti, sia per non parere ingrati verso gli splendidi signori che avean data la festa. Tuttavia, nella intimità, quanti sfoghi di sbadigli repressi! Nel 1502, la marchesana di Mantova era tornata nella casa paterna di Ferrara per prender parte alle nozze di suo fratello con Lucrezia Borgia; e, avendo assistito a una rappresentazione della Bacchide plautina, scriveva al marito che questa “fu tanto longa et fastidiosa et senza balli intramezzi, che più volte me augurai a Mantua„. Lo stesso diletto è presumibile le abbian dato le altre quattro commedie, pur di Plauto, recitate in quella occasione; le quali, a buon conto, non serviron che di pretesto al duca di Ferrara per isfoggiare la sua ricchissima guardaroba. “Dopo desnar„, racconta l'Isabella Gonzaga, “levassimo la sposa da camera, et se reducessimo in la sala grande, dove era tanta moltitudine di persone, che non li restava loco da ballare: pure, al meglio che si potè, si ballò dui balli. Poi, il Signor mio padre fece la monstra de tutti li vestimenti che intrano in cinque Comedie, a fine che se conoscesse che li vestimenti fussero facti a posta, et che quelli de una Comedia non havessero ad servir le altre. Sono in tutto cento diece, fra uomini e donne: li habiti sono de cendale, et qualche uno di zambellotto a la morescha. Inanzi era uno in forma de Plauto, che recitò il sogetto di tutte. La prima de Epidico, la seconda la Bachide, la terza il Soldato glorioso, la quarta la Asinaria, et la quinta la Casina. Facto questo, andassimo in su l'altra sala, et inanti un'hora de nocte se principiò lo Epidico, el quale de voci et versi non fu già bello, ma le moresche che fra li atti furono facte, comparsero molto bene et cum grande galanteria„.

Le moresche erano appunto i balletti e le pantomime, interamente estranee al dramma; e la marchesana si ferma lungamente a descriverle, come la parte meglio gustata. Se vi piace averne un'idea, state a sentire ancora un brano d'una di codeste lettere. L'Isabella parla delle due sole moresche tramezzate alla Bacchide:

Una de dece homini, fincti nudi, cum un velo a traverso, il capo capillato di stagnolo, cum corni de divicia in mano, cum quatro dopiroli accesi dentro, pieni de vernice, quali nel movere de li corni se avampavano. Nanti a questa era uscita una giovene che passò spaventosamente senza sono, et andò in capo de la scena. Uscitte poi uno dracone, et andò per divorarla; ma appresso lei era uno homo d'arme a pede che la difese, et combattendo col dracone, lo prese, et menandolo ligato, la giovene a brazo cum uno giovene lo seguitava; et intorno andavano quelli nudi, ballando et gettando in foco quella vernice. La seconda fu de matti, cum una camisa indosso, cum le calze loro, in testa uno scartozo, in mane una vesica schionfa, cum la quale batendosi, fecero triste spettaculo.

III.

In Firenze, dove — non ve ne abbiate a male — un tanto lusso di apparati non era possibile, la commedia, non potendo contare che sulle forze proprie, dovè venire a patti, se volle vivere. Ed essa si rivolse, con filiale fiducia, al più insigne autor comico che abbia mai avuto la nostra letteratura; e nelle cento novelle trovò una larga copia di argomenti, d'intrecci, di scene, di caratteri, di caricature, di tipi, di motti, di arguzie. Lo stampo in cui i comici gettaron codesta nuova materia era sempre il plautino e il terenziano; ma l'antica monotonia era insomma interrotta. Così, la Calandria, se da un lato non è che una ricucinatura dei popolarissimi Menechmi (così popolari che si finivan generalmente col chiamare i Menechini!), dall'altro essa è tutta rinfronzolita di episodi desunti dal Decamerone; e la Mandragola, la più squisita certo delle nostre antiche commedie, se in fondo non fa che sceneggiare e ravvivare intrecci e personaggi creati o coloriti da quel nostro grande parigino del secolo decimoquarto che l'ammirazione per Dante e pel Petrarca ribattezzò italiano, nel magistero scenico non si stacca dai modelli latini.

Un Amante meschino,

Un Dottor poco astuto,