Conduceva tutta questa brava gente il pistoiese Francesco Andreini, il Capitano Spavento. Non contava che trent'anni; ma li aveva molto ben vissuti. Imbarcatosi giovanissimo sulle galee toscane, era caduto nelle mani dei Turchi; donde non riuscì a scappare che dopo otto anni di schiavitù. In grazia della sua coltura e del suo talento, aveva trovata buona accoglienza nella Compagnia dello Scala. Recitò prima da Innamorato, ma rivelò meglio sè stesso nella parte di Capitan Spavento da Vall'inferna (Valdinferna è una città che occorre sentir nominare nei romanzi cavallereschi); e, a volte, si provava ad inventarne anche qualche altra. A Milano, per esempio, ei racconta d'aver rappresentata “la parte d'un Dottor Siciliano, molto ridicola„ e quella “d'un Negromante detto Falsirone, molto stupenda per le molte lingue ch'egli possedeva, come la francese, la spagnuola, la schiava, la greca, la turchesca„, e “maravigliosamente poi la parte d'un pastore nominato Corinto nelle pastorali, suonando varii e diversi stromenti da fiato, composti di molti flauti, cantandovi sopra versi boscarecci e sdruccioli ad imitazione del Sannazaro„.

A Firenze, nei primi mesi di quel 1578, ebbe la fortuna di sposarsi all'artista che ha lasciato il più illustre nome nella storia del nostro teatro, a quella maravigliosa Isabella “bella di nome, bella di corpo e bellissima d'animo„ (lo attesta il marito che lo doveva sapere!) “monarchessa delle donne belle e virtuose„, la quale adoperava “per rocca il libro, per fuso la penna e per ago lo stile„. Aveva allora sedici anni (era nata a Padova nel 1562). E non vorrei sospettaste che nelle parole del comico marito ci fosse dell'esagerazione. Tommaso Garzoni — il lodatore della divina Vittoria, che pare quindi fosse specialista pei panegirici delle prime donne — la dichiarava “decoro delle scene, ornamento de' theatri, spettacolo superbo non meno di virtù che di bellezza„, e prognosticava che “mentre il mondo durerà, mentre staranno i secoli, mentre havranno vita gli ordini e i tempi, ogni voce, ogni lingua, ogni grido risuonerà il celebre nome d'Isabella„. Il Bayle riferisce ch'essa “chantait bien et joüait admirablement des instrumens„; il Della Chiesa, che “scriveva benissimo in latino, spagnolo e francese, et haveva non poca cognitione delle cose di filosofia„; il Quadrio, che alla sua arte, “riputata universalmente pericolosa per l'onor delle donne, seppe ella una somma pudicizia e un costume innocentissimo accompagnare„. E a lei viva inneggiò il Chiabrera quando l'ebbe sentita recitar a Savona nel 1584; a lei morta, il Marino. E se vi par poco, sappiate ch'ella commosse anche la musa del Tasso; il quale — in un banchetto dal cardinale Aldobrandini dato in onore di lei, a cui erano pure invitati altri sei cardinali, Antonio Ongaro “ed altri poeti chiarissimi„ — potè sederle vicino, ed indirizzarle un sonetto olezzante di raffinata galanteria.

IX.

E della signora Vittoria che cosa era mai avvenuto? Non risulta che andasse in Francia coi Gelosi nè che venisse a Firenze; il che vuol quasi dire che non fosse più con loro: una stella così sfolgorante non sarebbe rimasta inosservata! Nel 1580 la ritroviamo a Mantova, condottrice d'una Compagnia, ch'essa chiamava dei Confidenti ma il pubblico non sapeva indicare meglio che come la Compagnia della signora Vittoria; e par che godesse tutte le simpatie del Duca. Il quale, per la benedetta smania che avevano un po' tutti quelli della sua famiglia, di rimpastare e rimaneggiare le Compagnie, in quell'anno diede anche qualche dolore alla diva. Commuove anche noi la lettera scrittagli il 22 giugno dal pietoso segretario. Vi si tocca d'una certa donna, forse della Compagnia di Pedrolino, a cui il Duca sembra cominciasse a far l'occhiolino.

Andai dalla sig.ra Vittoria per darli il buon giorno; et la trovai di tanta mala voglia, che quasi mi fece lacrimare, dicendomi che il s.r Principe Ser.mo ha detto ad alcuni della sua Compagnia, con pena della sua disgratia, debano andare nella Compagnia di quella donna (forsi non troppo sana, per quanto mi vien detto), lamentandosi detta sig.ra, dicendo non saper la causa perchè il Ser.mo sig.r Principe li voglia dare questo danno di smambrare la sua Compagnia, non havendo mai lasciato di servirlo, nè di giorno nè di notte et d'ogni hora, et poi per guiderdone di questo, habbia a meritarsi tale afronte.

Il Duca, fortunatamente, non aveva il cuore di pietra; e quei dolci ricordi, e fors'anche l'abile insinuazione che la rivale della Vittoria non fosse “troppo sana„, lo piegarono a più umani consigli; e nel dicembre di quello stesso anno, in occasione delle nozze del figliuolo, richiedeva ancora che la signora Vittoria, la quale con la sua Compagnia avea ripreso un giro per le varie città, si trovasse pel carnevale a Mantova.

Ma la vera rivale d'arte della signora Vittoria era l'Isabella; e nel maggio del 1589, per le nozze di Ferdinando de' Medici con Cristina di Lorena, ecco che, per volere del Granduca, sono tutte e due a fronte, in Firenze. La Vittoria, “che in quel tempo era il miracolo delle scene„ come attesta anche il Baldinucci, recitò nella commedia sua “favorita„, La Zingana, il 6 maggio; il 13, l'Isabella fece stupir tutti pel suo “valore ed eloquenza„ rappresentando una commedia di sua invenzione, La Pazzia. Dopo, ognuna riprese la sua via: la signora Vittoria coi Confidenti e gli Uniti, l'Isabella coi Gelosi.

Non sarebbe nè agevole nè interessante accompagnar codeste Compagnie in tutte le loro fortunose peregrinazioni e peripezie. Basterà dirvi che, lasciata Firenze nei primi giorni del '79, i Gelosi andarono in quel carnevale a Venezia, dove per parecchie sere ebbero tra gli spettatori il principe Ferdinando di Baviera. Era questi un antico ammiratore della commedia italiana, chè aveva già nel '65, in occasione delle nozze di Francesco de' Medici con Giovanna d'Austria, goduta a Verona la recita d'un Zanni, a Mantova d'una commedia, a Firenze una splendida rappresentazione preceduta da un prologo fatto da un dottore montato sur un asinello, e a Verona, nel ritorno, d'un'altra commedia molto ridicola e piacevole. Presero, dopo, la via di Mantova, che allora, in grazia della protezione di quei duchi, era come il quartier generale dei comici. Ma ohimè! qui l'accoglienza non fu lieta! Con la data del 5 maggio un decreto ducale ordinò “che tosto abbiano ad essere cacciati dalla città e dallo Stato di Mantova i comici detti Gelosi che alloggiano all'insegna del Bissone, e similmente il sig.r Simone, che recita la parte di Bergamasco, e il sig.r Orazio e il sig.r Adriano che recitano la parte amantiorum, e Gabriele detto dalle Haste loro amico„. Fortunatamente degli Andreini non si parla. Nè vi saprei dire che cosa abbiano fatto gli altri per meritare una tal misura di rigore da un principe che viveva sempre in mezzo ai comici: certo, stinchi di santi questi non erano!

Li ritroviamo a Genova, nel luglio; donde risalirono a Milano. Nel maggio del 1580 vi erano di nuovo, forniti di legale licenza del Governatore; ma nel luglio fu loro proibito di più recitare. Avevano colà un formidabile nemico, nientemeno che il cardinale Carlo Borromeo, che ne avrebbe voluto veder lo sterminio. Ma essi ne seppero dire e far tante, che il Governatore accordò loro di riprendere le rappresentazioni “a partire dal settembre„. Il carnevale dell'81 erano a Venezia; dove tornarono nell'aprile dell'83. Nell'86, a Mantova; e il principe Vincenzo rese alla Isabella “il singolar benefitio et segnalatissimo favore dell'haver accettato Lavinia sua figliola per sua umilissima serva„ cioè di avergliela tenuta a battesimo. Nel gennaio dell'anno appresso, sono a Firenze; dove all'Isabella, feconda oltre che faconda, si presenta l'occasione di richiedere il Granduca di accordarle per una nuova figliuola la grazia che le avea già concessa il principe genero.

Una miglior fortuna toccò alla Compagnia sulla fine del 1602. La novella regina di Francia pur della casa Medicea, Maria, la invitò, con lusinghiera preferenza, d'andare a quella Corte. E fino a che punto l'Isabella vi facesse perdere i lumi e l'intelletto ai nonni di Molière, basteranno a mostrarlo questi versi sciancateli da lei ispirati a un Isaac du Ryer: