Je ne crois point qu'Isabelle
Soit une femme mortelle;
C'est plutôt quelqu'un des dieux
Qui s'est déguisé en femme
Afin de nous ravir l'âme
Par l'oreille et par les yeux.
Nell'aprile del 1604 richiesero ed ottennero licenza dal Re; e la graziosa Regina volle provvedere d'un onorevole benservito la non meno graziosa attrice, “vous pouvant assurer„, scriveva alla duchessa di Mantova, “que pendant qu'elle a demeuré de de ça, Elle a donné tout contantement d'elle et de sa troupe au Roy Monseigneur et à moy„. Ma sulla via del ritorno, a Lione, ecco che l'Isabella s'ammala gravemente; e pochi giorni dopo, il 10 giugno, muore, o, se vi piace meglio, il suo spirito “faussa compagnie au corps, qu'il laissa à la terre pour s'envoler au ciel, sans que les vœux et les cris de ceux qui l'avoient admirè le peuvent retenir„, come dice il più autorevole storico di quei tempi. Allora, e per circa due secoli dopo, in Francia era contesa ai comici la sepoltura in terra benedetta; ma la morte d'Isabella commosse perfino il curato, che scrisse nei suoi registri: “Elle est décédée avec le commun bruit d'estre une des plus rares femmes du monde tant pour estro docte que bien disante en plusieurs sortes de langues„. Fu portata al sepolcro con tutti gli onori, “favorita„, come attesta Beltrame, “dalla Communità di Lione.... d'insegne e di mazzieri, e con doppieri da' Signori Mercanti accompagnata, et hebbe un bellissimo epitafio scritto in bronzo per memoria eterna„.
Francesco Andreini, perduta la cara compagna, sciolse anche la Compagnia, e da quel giorno non attese che alla pubblicazione delle proprie opere in versi e in prosa, tutte, più o meno direttamente, consacrate alla memoria della donna adorata.
Ma alla sua gloria e all'onore di quell'arte di cui era stata tanto decoro, l'Isabella avea provveduto meglio da sè stessa; e in verità non colle sue commedie e i suoi poemi, bensì mettendo al mondo, in Firenze, sulla fine di quello stesso anno 1578 in cui il Lasca vi avea così festosamente salutato l'arrivo dei Gelosi, il suo primogenito, Giambattista. Erede delle virtù e delle virtuosità materne, questi, rispetto a suo padre, sta come il poeta dell'Aminta rispetto a quel dell'Amadigi. Sul teatro si chiamò Lelio, e fu lungamente a capo della Compagnia dei Fedeli, che nel 1604 si ricompose in gran parte con i comici di quella disciolta dei Gelosi. Nel 1601 sposò, a Milano, la diciottenne Virginia Ramponi, che, sotto la intelligente direzione del marito, dovea ben presto, col nome di Florinda, far sembrare non del tutto irreparabile la perdita della suocera. Lo affermava al dolente figliuolo uno di quei tanti rimatori che si sciolsero in lagrime sulla tomba d'Isabella:
Vive la madre tua ne la tua sposa,