Ma non ci sgomentiamo. La melodia, come disse il De Musset, viene dal cielo ed è eterna. E in quel modo che i veri eletti e i genii l'han sempre trovata e la trovano ancora (il Verdi informi) è a ritenere che la troveranno sempre.

S'osservi però che v'ha melodia e melodia! V'ha quella che ha un fermo valore artistico, e quella che non vai nulla.

La melodia allora soltanto è pregevole, quando i suoni, grati all'orecchio per la vaghezza degli effetti acustici e per la venustà della forma, hanno la virtù di parlare al cuore dell'uditore e di trasportare la sua mente dal mondo materiale al mondo de' sentimenti e della poesia.

La melodia, ho detto or ora, fu un germoglio del Recitativo cui giunsero le ricerche e gli studi della Camerata del Conte Bardi.

Ma, com'era seguito delle canzoni popolari, dell'idillio teatrale (essenzialmente melodico) Robin et Marion di Adamo della Hale, e di tutta la musica de' Cantori a Liuto, molto probabilmente (se già non certamente), anche quel recitativo sarebbe stato non curato e messo in oblio, se a tenerlo vivo e a salvarlo non concorrevano due fortunatissime circostanze: — la naturale applicazione del recitativo alla rappresentazione scenica; — e la istituzione (ch'ebbe luogo precisamente in que' giorni) de' teatri pubblici.

Al fatto (pur tanto notevole) della istituzione de' teatri pubblici, gli storici, i tecnici e i critici non badarono più che tanto nè allora nè mai. E in conseguenza non videro mai a che dovevasi attribuire la grande e così pronta azione che esercitarono in tutto il campo dell'arte musicale.

Sino al principio del seicento l'esercizio della musica fu circoscritto: alle scuole, dove naturalmente imperavano i maestri; — alle chiese, dove il rispetto dovuto alla santità del luogo, impediva la manifestazione d'ogni giudizio; — alle sale de' sovrani e de' ricchi, dove per un elementare principio di educazione e di convenienza, non potevasi che approvare e lodare. Da questo, il lunghissimo ed assoluto dominio della musica aulica.

Dai teatri aperti al pubblico, la piena libertà dei giudizi. E però, fra la musica lenta, grave e incolora che veniva dagli strettoi delle teoriche, e quella che moveva dall'estro animato da un intento estetico, non fu ombra di lotta; come ne' compositori, non fu ombra di esitazione a scegliere fra l'elogio compassato de' musicisti e gli applausi inebbrianti del teatro.

I barbassori del contrappunto e l'armento innumerevole de' pedanti, badavano a protestare, a censurare e a strepitare. Ma i nuovi musicisti, sicuri del fatto loro, procedevan franchi e par lavan chiaro ed alto.

Il Caccini scrisse e stampò, che dai dotti colloqui tenuti coi componenti la Camerata del Conte Bardi: aveva imparata la musica assai più e meglio che dallo studio del contrappunto cui aveva consacrati trent'anni della sua vita.