Negli avvertimenti posti innanzi all'opera: Rappresentazione di anima e di corpo, pubblicata nell'anno 1600, Emilio De' Cavalieri, alla barba de' scolastici, stampò queste parole: Le dissonanze e le Quinte (intervalli e modi proscritti) si sono fatte apposta.

Col Caccini, col De' Cavalieri e cogli aderenti della Camerata Bardi, le cose passarono abbastanza quiete. Ma non così con Claudio Monteverdi, la cui opera Arianna rappresentata a Mantova nel 1607, fu fatta segno (specialmente per parte di Giovanni Maria Artusi) ad acerbe censure e a tali dileggi che, pel compositore, erano insulti addirittura ed ingiurie.

L'Artusi (canonico, per verità, ben poco reverendo) ebbe mente, studi, erudizione; e alla pedagogia musicale, se non ad altro, avrebbe potuto giovare. Ma non riuscì a nulla di bene. Pedante cocciutissimo, presuntuoso all'eccesso, arrogante, bizzoso, accattabrighe, egli passò fra i musicisti del suo tempo, come un lupo di mezzo ad una muta di cani: morsicando e morsicato!

Sul conto del Monteverdi nelle biografie e nelle storie corrono giudizi disparatissimi. — Per me fu un compositore di polso. I suoi recitativi e, per certi rispetti, la sua strumentazione, potrebbero ancora servir di modello. — Noto che nell'opera Orfeo, v'ha una specie di cantabile, sulle parole De' sommi Dei, il quale così per le note come per l'andamento, fa pensare all'Addio, cigno gentil del Lohengrin.

Il Gevaert, ora direttore del Conservatorio di Bruxelles, del Monteverdi dà questo giudizio: “Da più di due secoli le sue opere dormono nel più profondo obblio; e ciò non ostante a' giorni nostri il suo nome ha riconquistata una popolarità negata a compositori senza nessun dubbio più grandi. Devesi dirlo: la sua influenza nell'arte del secolo XVII non è stata così grande e così decisiva come generalmente si crede.„

Come credettero e credono, cioè, tutti quegli storici e critici dilettanti che senza esame e proprio ad occhi chiusi, ebbero piena fede nel Fètis (dotto del resto e d'alto ingegno), quando nel 1825 annunziò una grande sua scoperta. “Il Monteverdi, egli affermò, con l'opera Arianna mutò radicalmente e interamente la stessa essenza dell'arte, rendendo graditissimo a noi ciò che riusciva incomportabile ai nostri padri; e rendendo a noi incomportabile ciò che pei nostri padri era sorgente di sensazioni dolcissime. Nel Monteverdi è dunque a riconoscersi l'inventore e il creatore della Tonalità moderna.„

Non si tratta di poco, o Signori! Si tratta di una radicale trasformazione della essenza stessa della musica, e insieme, per conseguenza necessaria, di una radicale trasformazione dell'orecchio umano. Chi ci vuol credere, padrone. Ma a chi non vuol credere, non mancano nè buone ragioni, nè saldi argomenti, nè fatti provati, provatissimi, per dimostrare che la pretesa scoperta del Fètis è tutta un bel sogno, o per dir pane al pane, una gran frottola.

Mi tengo ai fatti. — Quella Tonalità che il Fètis vuole inventata e creata dal Monteverdi, la si trova manifestamente nelle prime opere della Riforma melodrammatica. Benchè inceppata e snaturata dalle false teoriche, la si trova nella musica del Palestrina e de' compositori fiamminghi. La si trova, aperta e libera, nell'opera di Adamo della Hale, e in tutte le canzoni popolari de' bassi secoli che pervennero sino a noi.

La Tonalità che si pretende inventata e creata dal Monteverdi nel 1607 e che dicesi Moderna, è invece antichissima; è la prima e la sola; è quella, in breve, cui il Creatore ha informato l'orecchio d'Adamo.

Dopo l'Arianna del Monteverdi, di opere teatrali degne di attenzione ne troviamo due scritte da una donna: La liberazione di Ruggero dall'isola d'Alcina, e Rinaldo innamorato, di Francesca Caccini, nei Signorini Malaspina.