Il movimento che nel secolo XVII animò il melodramma e la musica strumentale, animò pure la musica religiosa; ma per ben poco.
A rendere incerti i compositori sul cammino da seguire ed a paralizzarli, sorse, rumorosissima, una controversia.
Sedotti dagli effetti nuovi e bellissimi dell'orchestra, i compositori la portarono in chiesa; e fu, per molti, uno scandalo.
L'orchestra è del teatro (picchiarono e ripicchiarono gli oppositori) e tutto ciò che è del teatro o che lo ricorda, in chiesa non può essere che una profanazione, un sacrilegio.
Certo è che tolta di mezzo l'orchestra, restan pur tolti di mezzo non pochi e ben prossimi pericoli di cadere con la musica negli effetti teatrali.
Ma quel provedimento, non è chi nol vegga, rifiuta una parte dei poteri della musica e la stringe in termini prescritti; mentre la Chiesa, associandola alle sue cerimonie e alle sue preghiere, vuole un'arte libera; vuole un ausiliario, atto a cattivare l'attenzione e a commuovere il cuore, affinchè riesca e più pronta la intelligenza e più profonda la impressione delle verità che ella predica e insegna.
Ora, vincolata a forme determinate e prescritte, la musica troppo facilmente non potrebbe ottenere quegli effetti, e troppo facilmente mancherebbe a sè stessa.
Vietare alla musica religiosa l'uso dell'orchestra perchè serve al teatro, non è forse lo stesso che vietare alla pittura religiosa l'uso, poniamo, o del rosso o del turchino perchè servirono o possono servire a dipingere la veste di una Frine? Non è lo stesso che vietare alla poesia e all'eloquenza sacra i vocaboli degli affetti e del cuore, perchè possono esser diretti a tutt'altri che a Dio?
Nè la Chiesa del resto, pensò mai a limitare i mezzi naturali delle arti. Dalle nude e anguste cripte delle catacombe, ella venne alla magnificenza delle basiliche e delle cattedrali. Dagli informi dipinti e dai rozzi intagli con cui, nel suo grembo, si svolsero le moderne arti del disegno, ella venne a Raffaello, a Michelangiolo, al Canova. E, in ordine alla musica, ben distinta sempre la liturgica dall'artistica; — applicato alla prima (al canto fermo) il precetto: Nec plus, nec minus, nec aliter, — accettò dalla seconda tutti i progressi, e venne al Palestrina, al Pergolesi, al Mozart, al Cherubini, al Rossini, al Verdi.
Non mai definita, quella controversia è viva anche a' dì nostri. I compositori odierni, però, non se ne danno per intesi e tiran via come vien viene.