I compositori del seicento, al contrario, quando scrivevano musica religiosa, si toglievano d'ogni incertezza, tornando di netto alle vecchie formule delle scuole e agli artifizi (anche ai più astrusi) del contrappunto.
Da una controversia passo ad un'altra per riportarmi al melodramma.
Careggiato, applaudito, acclamato come una festa dei sensi e della intelligenza, come la più splendida e la più attraente delle forme dell'arte, il melodramma pure al suo primo apparire, fu assalito da un gran numero di oppositori, i cui argomenti erano que' medesimi de' quali si valsero le lancie spezzate del Wagner per combattere la scuola italiana che, pel melodramma, soprastava ad ogni altra un gran tratto.
Di quegli argomenti, ecco il principalissimo:
“Volendo che i suoi personaggi parlino, pensino, amino, soffrano e anche muoiano cantando, il melodramma cade, e in pieno, nel falso e nell'assurdo. L'uomo qual è nella natura, l'uomo vero, non parla cantando; e molto meno se è dominato dalle passioni; e meno ancora se muore.„
Grazie della notizia!
Ma quell'argomento non mena già, come vorrebbero gli oppositori, ad una modificazione o ad una riforma, mena bensì (e inevitabilmente) alla negazione ed alla condanna del melodramma in sè stesso. Perchè, non ammessa la convenzione che i suoi personaggi parlano cantando, il melodramma si rende impossibile, non può essere.
E se ben si guarda, con quell'argomento si negano e si condannano tutte le arti belle; perchè tutte s'appoggiano ad una convenzione; perchè in quello stesso modo e in quella stessa misura che è falso ed assurdo il personaggio del melodramma che parla cantando, è falso ed assurdo quello della tragedia che parla in versi, e quello della pittura che non si muove e non parla mai, e quello della scultura che non si muove, non parla ed è tutto di un colore solo.
Di quante sono le arti, nessuna prende tanto dal vero e può darne tanto, quanto la drammatica. — Ma anche la drammatica ha le sue convenzioni. Ed è in grazia di esse che il drammaturgo può stringere e condensare in due o tre ore, la rappresentazione di fatti i quali, nel vero, non potrebbero svolgersi che in parecchi giorni e in mesi e in anni. È in grazia di quelle convenzioni che delle tante circostanze che accompagnano i fatti, il drammaturgo, secondo quello speciale intento che s'è proposto di ottenere, può lasciar quelle e prender queste, può prenderne una sola o nessuna se gli torna; e che nello svolgimento così dell'azione come de' caratteri, può far uso di un ordine di artifizi analoghi a quelli che i pittori chiamano scorci; e pei quali lo spettatore vede ciò che realmente non c'è.
E nella commedia e nel dramma, che cosa sono rispetto al vero, i soliloqui? Che cosa sono quegli “a parte„ così frequenti, che si vogliono uditi da tutti gli spettatori, e che gli spettatori devono credere non uditi dai personaggi che sono sulla scena e ai quali, magari, son detti proprio sul viso? Con questo non è forse stabilito e accettato: che il personaggio della commedia e del dramma, pensa, riflette e sente, — parlando?