Il secolo che si era aperto col rogo di Giordano Bruno, non poteva mancare degli spettacoli della Santa Inquisizione. Del processo e dell'abiura di due eretici sono piene le cronache. Il milanese Gian Francesco Borri, medico, alchimista, astrologo, entrò in grazia di Cristina di Svezia, e con essa lavorò alla scoperta della pietra filosofale. Conosciutosi che professava idee ereticali fu preso dal Sant'Uffizio, processato e bruciato in effigie. Egli abiurò solennemente nella chiesa della Minerva. Ma nella fantasia popolare, ed anche delle classi superiori, egli rimase il mago, il misterioso dominatore di forze occulte. Più volte il Papa permise che, accompagnato da' carcerieri del Sant'Uffizio, egli si recasse a curar malati; e nel 1675, infermato l'ambasciatore di Francia e disperato da' medici, si ricorse al Borri, che lo salvò. Il popolo s'accalcava intorno al palazzo Farnese, dove abitava l'ambasciatore, a vedere il Borri, tanto che gli si dovette permettere di mostrarsi sulla loggia. In veste lunga di color verdesanto, quello strano Ecce homo, tra le guardie del Sant'Uffizio, apparve al popolo commosso, plaudente. Tutti volevano esser curati da lui. La popolarità e il prestigio del mago mise in pensiero il Vaticano, sicchè fu dato ordine che più non uscisse dalla prigione di Castel Sant'Angelo, dove morì nel 1695. L'altro eretico famoso fu lo spagnolo Michele Molinos, autore del quietismo; una comoda dottrina che, sollevato lo spirito a Dio, abbandonava i sensi al piacere. Venuto in gran fama di dottrina e di pietà, capo dei confessori di Cristina di Svezia, egli aveva dato origine ad una setta che, in Roma e fuori, vogliono contasse molte migliaia di persone. Scoperta dal padre Segneri, o secondo altri dal cardinale d'Estré, la fallacia delle sue dottrine, fu carcerato dal Sant'Uffizio e fattogli processo. Sui primi di settembre del 1687 il popolo era accorso di buon'ora alla chiesa della Minerva per assistere alla lunga e solenne cerimonia dell'abiura; durante la quale, imbandite sulle sedie o sulle balaustrate le mense, in lieti capannelli, si mangiava e si beveva allegramente.
Ma quando si fu giunti alla lettura dei Capitoli dell'abiura, un grido formidabile risuonò per la chiesa: Al fuoco! al fuoco! — Non era alcuno speciale risentimento contro il dottor Molino, che il popolo non conosceva, e di cui ignorava nè poteva intendere le dottrine; quel grido, che soleva ripetersi anche nelle altre abiure, era lo scoppio dell'indignazione popolare contro la mitezza del Sant'Uffizio, era il feroce desiderio d'un più acre spettacolo.
Innanzi allo stesso tribunale, circa mezzo secolo prima, era passato un vecchio glorioso. Anch'egli fu rinchiuso in quelle carceri, anch'egli, non però in forma solenne, dovette innanzi ai cardinali della Sacra Congregazione, far la sua abiura, e genuflesso, vestito della camicia degli eretici, toccando i santi vangeli, aveva pronunziato le parole: — maledico e detesto l'errore e l'eresia del moto della terra. —
Non si accorsero allora ch'egli era un reo ben diverso dagli altri; che dietro la dottrina, del resto non nuova, del moto della terra, c'era un metodo nuovo chiamato a rinnovare il mondo, c'era la scienza.
Con questa parola noi siamo soliti di esprimere due concetti affatto diversi. Un tempo si diceva scienza lo apprendere quello che già era stato trovato. La verità era dietro di noi, era nel passato lontano: il teologo e il filosofo l'apprendevano, la commentavano, l'insegnavano. Per Dante, la vita dell'Universo non ha misteri; ogni fatto ha la sua spiegazione indiscutibile. L'Umanesimo guardava indietro, col Petrarca, col Boccaccio, col Machiavelli, ai Greci e ai Romani. Nei libri sacri, in Aristotile, negli antichi scrittori era la sapienza e la verità tutta intera: ufficio del filosofo lo scovarla e l'intenderla.
Con Galileo la mente umana muta orientazione e si volge verso il futuro. La verità è da trovare; la scienza è il cammino lento, per via d'esperimento, dal noto all'ignoto.
Se io non parlassi a Firenze, lascerei qui liberamente prorompere l'inno alla gran madre che si direbbe predestinata a fornire di condottieri la civiltà. Ma il luogo mi tiene a freno; e chiudo con un semplice saluto alla città dell'Arno che, dopo Dante e Michelangelo, compieva la sua triade con Galileo, con esso apriva la via a una nuova visione dell'universo, dava al mondo la formola della scienza, la formola della civiltà nuova.
LA DECADENZA DI VENEZIA
CONFERENZA
DI
Pompeo Molmenti.
Il dì 4 maggio 1597, Venezia festeggiava con pompa meravigliosa l'incoronazione della moglie del doge Marino Grimani. Mentre la primavera accendeva bagliori nel cielo veneziano, passavano, fra il popolo tripudiante, i patrizi vestiti d'oro e di broccato e le gentildonne scintillanti di gioielli. Le corporazioni delle arti sventolavano i serici gonfaloni lungo il canal grande, su barche parate di stoffe a colori smaglianti, di veli stelleggiati d'oro, di piume, di fiori, di ornamenti.