La dogaressa, già matura d'anni, dall'abito di broccato giallo, splendida di gemme, circondata da gran numero di patrizie biancovestite, porgea veramente l'immagine di Venezia, che sotto un aureo manto di paramenti e di cerimonie copriva le offese della senilità.
Infatti la soverchia agiatezza, derivata dai lauti e secolari guadagni, e il lusso cominciavano a grado a grado a intiepidire prima e poscia ad infiacchire l'operosità dei nobili. Il commercio avea preso altre vie, e quando, nel luglio del 1501, si seppe a Venezia che le navi portoghesi reduci dalle Indie erano rientrate a Lisbona, cadauno ne rimaxe stupefacto, dice un cronista contemporaneo, il Priuli. “Fu la peggior nuova dal perdere la libertà in fuora,„ aggiunge con nobilissima frase lo stesso cronista, a cui la rovina minacciante Venezia non facea dimenticare che tolta la libertà ogni altro bene è per niente.
La lotta di Cambrai, in cui Venezia sola avea sostenuto l'urto di tutta Europa collegata ai suoi danni, avea diminuite le sue ricchezze, logorate le sue forze. Nè potea colla pace riacquistare la gagliardia dinanzi alle continue minacce del turco e fra le incessanti agitazioni d'Italia. Ma Venezia disdegnava mostrare il suo scadimento e con la magnificenza volea abbagliare il popolo e far credere agli stranieri di non essere per anco discesa da quel culmine di possanza, ove avea posato alto un giorno, arbitra del destino di Europa. E invero alla rovina del commercio potea contrapporre la gloria, se non sempre la fortuna delle armi e l'accorta saggezza della sua diplomazia. E la militare virtù e i meditati partiti degli statisti sovvennero la patria di opera e di consigli anche nel secolo XVII, mentre a quest'ultimo riparo delle libertà italiane sempre più oscuravansi i fati, e rapidamente scemavano il dominio e il tesoro.
Seicento è sinonimo di decadenza e di corruzione, e come si dice che le arti in quella età delirarono, così una parzial critica afferma che l'Italia cadde nell'abisso dell'avvilimento e della putredine. E infatti chi guardi un aspetto solo del gran quadro della vita italiana e veneziana in ispecie, non potrà negare che il giudizio sia ingiusto.
Ma la vita degli Stati si porge molto complessa e chi soltanto un lato ne esamini non potrà farsene un'idea esatta. Così nel seicento a Venezia, accanto a vizi, a colpe, ad errori, che non sono il triste privilegio di quel secolo, ma che le condizioni particolari di quel secolo fecero crescere con fecondità esuberante, noi vediamo pur brillare virtù e pregi di sì viva luce, da trovarne radi esempi simili nelle forti età precedenti, da non trovarne di eguali nei susseguenti anni di maggior decadenza. In quel crepuscolo della vita veneziana, fra le recenti memorie di gloria e di conquista e la decrepitezza, conseguenza delle leggi inevitabili della fatalità storica, cessa il composto vivere civile, le forze morali si spiegano con effetti vari ed opposti, e uomini e cose vivono di una vita procellosa, eccessiva. Mancando quella serenità nell'animo e negli ingegni, che dà un corso ordinato e quasi armonico alla vita, l'uomo crescendo nell'esuberanza di quel mondo invano trova l'equilibrio morale ed è quasi agitato da scosse convulse. Ma come nel regno fisiologico molte regressioni sono compensate da un grande sviluppo in altre direzioni, così virtù e vizî, eroismi e codardie, sacrifizi e prepotenze si manifestano in strano viluppo, con energia esagerata e nel male e nel bene. Perciò guerrieri fortissimi che rendono alla patria la vita gloriosa e malvagi violenti, che fanno servire la spada alla soddisfazione dei capricci più iniqui; severi pensatori nei quali l'altezza della mente è pari a quella dell'animo e uomini che abbassano l'ingegno alle cupidigie più infami; scrittori temperati, sereni, e poeti artificiosi, turgidi, falsi. E la cupidigia dei materiali godimenti di rincontro al desiderio dell'idealità, la protervia al sacrifizio, l'ira cieca ed impetuosa al vigilante sentimento della giustizia, l'energia delle passioni all'abbiettezza dei sentimenti, i febbrili desideri agli ozii infecondi, le generose fidanze agli sterili disinganni, tutto un movimento turbinoso, di concepimenti, di aspirazioni, di sensazioni, a cui per essere fecondo non mancano se non la misura e l'equilibrio. Quanti aspetti offre la vita veneziana!
Sotto i portici del Palazzo, patrizi che ravvolgono meditabondi nella mente qualche trattato utile alla patria e patrizi che mercanteggiano il voto: su la piazza belle dame dalle vesti piene di gioielli e dagli occhi pieni di sorrisi e folla gaia, allegra, operosa, intrighi politici e intrighi d'amore, odi violenti e piaceri raffinati, discussioni letterarie e racconti guerreschi, battaglie gloriose e infami violenze.
Fra esorbitanze e contraddizioni, che parrebbero escludere il senso della misura e della giustizia, il governo veneziano seppe mostrarsi freddo, risoluto, concorde, appunto in sull'aprirsi del seicento, di questo secolo generalmente considerato un'età di spiriti fiacchi e avviliti. Ora tra le pagine della storia veneta ve ne sono molte più insigni, per fatti guerreschi, per ardui conquisti, per accorgimenti diplomatici, ma non certo una più nobile per energia di convinzioni e per indipendenza di sentimenti di quella che scrisse il governo veneto col suo contegno rispettoso, ma fermo colla corte di Roma, durante l'interdetto di Paolo V.
Dissapori fra Venezia e Roma esistevano da lungo tempo. Il fatto di due ecclesiastici, il canonico vicentino Saraceni e l'abate di Narvesa Marco Antonio Brandolin, voluti esaminare e processare dai Dieci non badando alle proteste del vescovo e del nunzio, che li richiedevano come soggetti a sè, fu l'ultima occasione delle fiere intimazioni del papa. Alle quali rispondendo il Senato non voler ribellarsi alla Chiesa, nè promuovere scismi, ma voler salva l'integrità delle patrie leggi, il pontefice, il 16 aprile 1606, sottopose Venezia all'interdetto. Il Senato accettò la sfida senza eccessi di fierezza, ma anche senza quella mitezza la quale è una qualità che in certi casi sa di poco; vietò severamente ad ognuno di accettare e pubblicare le bolle pontificie; bandì cappuccini, gesuiti, teatini, che a ciò non s'adattavano, e fe' pubblicare la difesa delle sue ragioni. Venezia dichiarando sempre la sua fedeltà alle dottrine cattoliche, ordinò al clero di non smettere gli atti del culto, non badando all'interdetto del papa, perchè contrario alla Scrittura e ai canoni della Chiesa.
La coscienza pubblica approvava un tale contegno ed aiutava il governo nella sua lotta: il popolo continuava ad assistere alle funzioni religiose, come se nulla fosse.
Io non ripeterò la storia dell'Interdetto, che tutti conoscono, non dirò come il Senato facesse rispettare i suoi ordini, e come, ad esempio, al prete che per sapersi regolare aspettava l'inspirazione dallo Spirito Santo, i Decemviri rispondessero di essere già stati inspirati dallo Spirito Santo di impiccar tutti i disobbedienti. Non ripeterò altri aneddoti troppo noti, in cui la Repubblica dimostrò quella forza di governo, che non è già nervosità morbosa, ma viva energia, che alle volte s'intreccia a certa arguzia maliziosa. Nè dirò come Venezia sia uscita dignitosamente vittoriosa.