Vittoriosa da una lotta per incontrarne un'altra, non meno ardua. Una nazione rivale mirava ai danni della Repubblica: la Spagna — forse perchè Venezia, sola in Italia, avea mantenuto alta la dignità contro la burbanza spagnuola, che mirava al dominio di tutta la penisola. Spagna soffiava fra gli accesi litigi di Venezia con Roma. E i torbidi suggerimenti di Spagna davano coraggio all'Austria per alimentare la lunga guerra degli Uscocchi, che correvano l'Adriatico tentando di ruinare il commercio di Venezia e logorarne le forze. La selvaggia fierezza di quei pirati giovava all'Austria per tener desta la lotta fra le due nazionalità italiana e tedesca pel dominio dell'Adriatico. E così le onde di quel mare italiano erano tinte del sangue dei figli di una medesima terra: perchè erano in molta parte dalmati gli Uscocchi, erano in molta parte dalmati i marinai delle navi veneziane. Se da quelle lotte trascorriamo ai nostri tempi, curiosi raffronti si offrono alla mente! Lissa non fu vittoria dell'armata austriaca. Gli equipaggi delle navi austriache erano in gran parte composti di dalmati figli e nepoti di quei fedeli sudditi di San Marco che furono consorti a Venezia per quanti secoli quasi la storia rammenta. E cresciuti alle antiche tradizioni marinaresche venete erano molti degli ufficiali al servizio degli Absburgo. Lo stesso Tegethoff era stato allievo dell'antico collegio di Sant'Anna a Venezia, ove avea contratto coi suoi colleghi amicizia fraterna. E quando, fra il rumor della mischia e il fumo dei cannoni, vide sommergersi il Re d'Italia chiese con ansia notizia dei naufraghi, fra i quali credea fossero alcuni suoi antichi e affezionati compagni di collegio.

Ma contro Venezia non posava il mal animo di Spagna e ne è prova la congiura che il marchese di Bedmar, ambasciatore spagnolo presso la Repubblica, ordì insieme coll'Ossuna vicerè di Napoli e col Toledo governatore di Milano. Al governo di San Marco dovea succedere la sovranità di re Filippo III: ardersi l'Arsenale, invadersi il Palazzo ducale, uccidersi i maggiorenti. La congiura fu scoperta e la Repubblica non andò lenta nel punire colla morte i rei principali. Con mente deliberata e cuor fermo sentiva essa che l'indulgenza comprende molte volte in sè offesa alla legge e turbamento agli ordini sociali, e che nella severità delle leggi sta la salvezza della patria.

Certo questa alta idea del dovere che imprime negli animi il sentimento di una fatale necessità suggerì la condanna di Antonio Foscarini, il cui nome, circondato dalla pietosa fantasia dei poeti, è divenuto una leggenda romantica, che servì di tema alla tragedia di un poeta e patriota illustre. È nota la tragedia del Nicolini.

Antonio Foscarini, innamorato di Teresa Navagero, parte per straniere contrade, in servizio della Repubblica. Teresa intanto è costretta a maritarsi con un Contarini. Quando il Foscarini ritorna, sfoga la sua disperazione cantando in gondola, sotto i veroni dell'amata. Teresa si decide ad accordargli segreto colloquio, certa per la purità dei costumi di lui, ch'essa non correva alcun rischio nell'onore. Mentre il Foscarini e Teresa ricordano dolori senza rimedio, affetti senza speranze, sopraggiunge il marito, e ad Antonio, per salvar la vita e la fama alla sua donna, non resta altra via, se non quella offertagli dal contiguo palazzo dell'ambasciatore di Spagna.

Ora bisogna sapere che una legge dichiarava reo di morte chi entrava furtivo nel palazzo di un ambasciatore straniero.

Il Foscarini è scoperto dagli sgherri dell'Inquisizione di Stato, dinanzi alla quale tace il motivo, per cui entrò nella casa dell'ambasciatore, e nol svela nemmeno al padre suo, che è doge. Veramente doge era allora Antonio Priuli (1618-1623), ma son licenze poetiche. Infine Antonio Foscarini è condannato a morte e Teresa Navagero si uccide.

E così anche dal Niccolini, come dal Byron, da Victor Hugo, dal Manzoni, per parlar solo dei maggiori, si scrisse la storia di Venezia.... in versi.

È vero, l'innocenza del Foscarini fu confessata dal Consiglio dei Dieci con atto solenne e nella chiesa di Sant'Eustachio si pose al nome dello sventurato patrizio un ricordo marmoreo che ne riabilita la memoria. Ma la calunnia dovea essere con abile malvagità preparata, se la sua reità era così comunemente creduta da non trovar fra i giudici uno solo che parlasse in sua difesa. E se innocente veramente egli fu, il governo che riconobbe l'innocenza del Foscarini, con esempio unico nella storia, potea giustificare il suo errore con le vicende dei patrizi Angelo Badoer, Giambattista Bragadin, Giovanni Minotto, che mostrano la perfidia di Spagna e la corruzione di taluni patrizi.

Certo è, nè la storia il nega, che fra i nobili serpeggiava profonda la corruzione: il lusso era fomite a basse azioni, la scellerata avidità dell'oro spingeva a infedeltà, a intrighi, a brogli nelle elezioni, a concussioni, a rapine, a sozzure.

Parecchi, intenti ai grossolani piaceri della vita, rotti alle lascivie, occupavano il tempo fra mascherate, ridotti, conviti, giuochi, balli, feste, teatri. Le esigenze ognor crescenti del lusso assottigliavano le ricchezze accumulate dagli avi, come il voluttuoso vivere scemava le energie dell'animo e del braccio.