Le donne ci appaiono tra mille colori e sprazzi e barbagli d'oro e d'argento, tra una lieta fantasmagoria di lunghe vesti seriche, di broccato, di drappo d'oro, di velluto ricamato. Le carni rosee traspaiono a traverso i merletti finissimi di Burano, o tra i lembi delle camicie leggiadramente lavorate in oro, in argento, in seta; i busti gioiellati disegnano le forme, e dalle spalle cadono cappe e robboni, foderati di pelli preziose. Nè a tanto scialacquo possono opporsi in alcun modo le leggi suntuarie, che prescrivono un limite al valore dei panni, delle vesti e a quello delle minuterie.
La bizzarra calzatura degli alti zoccoli, che le donne aveano inventato nei primi tempi per non imbrattarsi col fango delle vie e che fu poscia causa di un lusso sfrenato, si andava abolendo. Uno scrittore francese del seicento narra, a questo proposito, un aneddoto curioso. Le figlie del doge Domenico Contarini furono le prime veneziane che smettessero quest'uso e un ambasciatore discorrendo un dì col doge e coi consiglieri degli altissimi zoccoli usati dalle veneziane, incomodi così da aver mestieri per camminare d'essere sostenute, lodò le due patrizie Contarini, che avevano prescelto le scarpette, senza paragone più comode. Pur troppo comode, pur troppo! esclamò con faccia scontenta uno dei consiglieri, che sarà stato probabilmente un marito e avrà ritenuto quella specie di alti trampoli un'invenzione prudente a garanzia della felicità coniugale. Infatti la donna scende dal suo piedestallo, perde a poco a poco l'aria di cerimonia rigida e obbligatoria, si mesce alla folla, corre ai convegni allegri, ride del suo più gaio e gentile sorriso, contenta dell'oggi, fiduciosa del domani.
Le donne eleganti, briose, allegre, nervose, diverse d'indole, di pensieri, di costume dalle veneziane gravi e maestose dei secoli precedenti incominciano una vita di dolci imprudenze, di sensazioni inebrianti, di desiderî, di concupiscenze, di eccitazioni, fra i complimenti e le riverenze, le visite e le conversazioni, fra lo svolazzare delle penne e dei nastri.
In una relazione Della città e Repubblica di Venezia, che si conserva nella biblioteca Ambrosiana, sono scritte queste significanti parole: in materia di donne basta in Venetia haver maniera, pacienza e denari.
Negli stessi conventi, dove da lungo tempo era penetrata la licenza del costume, il lusso e la corruzione toccavano l'eccesso. Molte fanciulle prendevano il velo costrette dai genitori e nella solitudine del chiostro vagheggiavano mille immagini di bellezza e di piacere. Vestono alcune monache, dice una scrittura contemporanea, più lascivamente, con ricci, con petti scoperti qual dell'istesse secolari e molte hano loro innamorati, i quali uano spesso a uisitarle e confabulare, essendo tra loro continuo trafico de presenti, e perchè quasi tutti Monasteri hano quatro o cinque conuerse che uano per la città cercando elemosine e facendo altri seruitij, molte ne servono come per.... e lasciamo la brutta parola nella penna dello scrittore anonimo.
Quando il principe di Toscana, poi granduca col nome di Cosimo III, venne il 1628 in Venezia, ammirò le monache vestite leggiadramente, con abito bianco alla francese, busto di bisso a piegoline e trine altissime, il seno mezzo scoperto, e su la fronte un velo piccolo, sotto il quale uscivano i capelli arricciati.
Nella citata relazione su Venezia della Biblioteca Ambrosiana sta ancora scritto: Essere la salute della repubblica l'avere il popolo effeminato che viene ad essere infingardo.
Nelle repubbliche come presso i sovrani fu sempre arte di stato addormentar coi piaceri le passioni e i pericolosi desideri di soverchia libertà. Ma le passioni alle volte si risvegliano all'improvviso, e quando non sono volte a nobili indirizzi trascorrono sovente ai fatti più atroci, ai capricci più iniqui. Il coraggio quando non serve a onesti intenti si muta spesso in ferocia, e destandosi alla fierezza impara crudeltà. Così in mezzo alla vita veneziana molle, gioconda, che pare un carnevale continuo, ci arrestano le avventure di alcuni tracotanti, che si arrischiano ad imprese per le quali si stimerebbe appena che vi fosse stato in quei tempi animo di divisarle e braccio da eseguirle.
Proviamoci a risuscitare una di quelle scene di prepotenza e di delitti, che, meglio di lunghe descrizioni, possono dare una idea del tempo e del costume.
La sera del 28 febbraio 1601, v'era festa di nozze nella casa dei patrizi Minotto. Sapete, una di quelle mirabili feste veneziane, in cui gli appartamenti suntuosi dalle stanze tappezzate di broccato e di arazzi, scintillanti di vetri e di specchi di Murano, erano condegna cornice alle belle donne vestite di raso e di damasco, scintillanti di perle e di gioielli. I suoni erano incominciati e la novella sposa, ballando sola una specie di minuetto, avea dato principio alle danze, quando entrava nella sala un giovine patrizio di membra vigorose e spigliate, Leonardo Pesaro, tipo di suprema scelleratezza. Il tracotante giovine vide in un angolo un altro patrizio, Paolo Lion, col quale avea vecchia ruggine, e accostatosi all'avversario, che stava insieme alla sua fidanzata, lo insultò. Il Lion rimbeccò pronto al Pesaro, che uscì di casa Minotto, si armò, si unì ad alcuni altri amici arroganti e soverchiatori di professione, e tutti insieme mascherati ed armati si avviarono al palazzo dei Minotto, irruppero nella sala da ballo e spietatamente uccisero il Lion. Non paghi ancora, il Pesaro e i suoi continuarono gli insulti, le grida, lo schiamazzo, mettendo sossopra la sala, correndo per le stanze con le spade sguainate, ferendo quanti incontravano. Ne nacque uno scompiglio infernale. Le torcie erano tutte spente, tranne una tenuta dal Minotto, che, roteando con l'altra mano una sedia, difendeva la sua sposa adorna di perle e di gioielli d'inestimabile valore. Un soldato straniero, che tentava proteggere con la spada gli sposi Minotto, ebbe tagliate tre dita di una mano.