Finalmente quelli che non poterono fuggire riuscirono a salvarsi rinchiudendosi nelle stanze. Più volte bandito, il Pesaro non rimetteva di sfidare la giustizia impotente ad agguantarlo, e coll'aiuto di alcuni amici pari suoi e di una mano di bravi, che teneva nelle campagne vicine a Venezia, commetteva d'ogni sorta violenze e rapine, ammazzando, ricattando, aiutando assassini, involando e stuprando fanciulle, rubando mercanzie, bastonando donne e preti e pagando i creditori con arcobusate. Leonardo Pesaro fu il più audace, ma non il solo illustre malandrino d'alto affare di Venezia nel secolo XVII. Fra i più bei nomi dell'aristocrazia veneziana troviamo molti banditi per colpe ignominiose.
Dinanzi alla pittura di una società così corrotta e al racconto delle imprese di tai briganti blasonati, si può credere, a ragione, ciò che taluni affermano che la vecchia repubblica fosse caduta al fondo della abbiezione più obbrobriosa.
Ma in questa età di violenti contrasti, alla decadenza morale, alle ribalderie dei soperchiatori, si possono contrapporre la nobile energia e i sacrifizi magnanimi di molti, nel cui cuore palpito supremo era la patria, però che la virtù non fosse inusitata nelle signorili dimore, e il senno pratico, acuto, previdente, guidasse i provvedimenti dei governanti.
Chi consideri l'accortezza e la prudenza con cui Venezia seppe uscire dai litigi con Roma e dalle insidie di Spagna deve dar lode alla Repubblica. Ma può anche sorgere agevole l'osservazione che negli Stati tanto più intensa fiammeggia la luce del pensiero, quanto più intorpidiscono le virtù civili e militari. E in vero lo scorto maneggio e l'acuta osservazione della diplomazia celano alle volte la codardia dei popoli.
Un patrizio veneziano, Antonio Querini (m. 1608), narrando la storia della scomunica fulminata da Paolo V, faceva l'osservazione seguente: Saranno sempre alla Repubblica consigli salutari, per la forma del suo governo, per la natura et conditione de' suoi sudditi, et per molte inhabilità sue a imprese belliche, l'attender a conservar l'imperio, anzi con la prudenza civile, che con il valor militare, et abhorrir tanto la guerra, quanto farebbe la sua destrutione. Quel veneziano calunniava inconsciamente la sua patria, però che anche nel decadimento del più grande stato italiano risplenda il valore guerresco. Certo la pagina più sanguinosa ma più grande, più infelice ma più gloriosa della veneta storia è la guerra di Candia.
I Turchi già signori dell'Arcipelago agognavano al conquisto di Candia, importantissima isola, che i Veneti aveano comperata nel 1204 dal marchese di Monferrato. Colto un pretesto, l'armata turca ruppe la guerra nel 1645 e prese la Canea. La vecchia repubblica seppe ancora trovare consigli audaci e opere gagliarde, e dal 1645, per ventitrè anni continui, seppe combattere, senza posa, battaglie marittime da giganti, rifulgenti d'eroismi, che hanno qualchecosa del leggendario e non sono vinti in paragone dai più memorabili fatti di Grecia e di Roma.
Dalla guerra di Candia, Venezia era uscita bella d'eroismo e di sciagura, vuota di sangue e di denari. L'erario pubblico era stremo e per adunare denaro e rinverdire il credito scaduto, il governo prese il partito di aprire il libro d'oro.
Così molti popolani doviziosi poterono per denaro essere ammessi al Maggior Consiglio. In questa conciliazione del vecchio sangue e del nuovo, in questa mescolanza d'idee, la Repubblica avrebbe potuto trovare una causa di vigoroso ringiovanimento, una feconda trasformazione nell'ordine nobilesco. A canto al rigido patrizio si trovava ora chi era giunto all'altissimo grado, aiutato solo da quella forza che resiste a tutti gl'impedimenti: la forza del lavoro.
A Venezia, asilo sicuro d'artisti e d'operai, venivano a fecondare le loro energie molti uomini operosi e costanti, e coll'abito del risparmio, coi frutti dello ingegno aveano fondato famiglie potenti. Dopo aver raggiunto le materiali agiatezze, potevano ora assidersi nei consigli della Repubblica. Ma questi nuovi ricchi assunti al titolo nobiliare, nel contatto colla vecchia aristocrazia, non seppero con giovanile ardimento dominarla e ne subirono invece l'azione. I difetti dei risaliti non seppero evitare, non attesero più alle pratiche della mercatura, credendo avvilirsi, e presero a schifo la parsimonia nel vivere. Sentendo l'ambizione del nuovo stato in cui erano stati posti dalla fortuna, cercarono le delicature della vita, guastarono i costumi fra il lusso, e volendo emulare le vecchie casate, per far dimenticare la loro origine, instituirono fidecommessi pei primogeniti, destinando al sacerdozio e al celibato gli altri figli. Per modo che, dopo due generazioni, quasi tutte queste famiglie scompaiono senza lasciare alcuna traccia nella storia. — Non nella storia, nell'arte sì. Traccia inavvertita, azione nascosta, ma non per questo meno importante.
Le raffinatezze della civiltà, il desiderio acuto dei godimenti, lo sfoggio di genti spensierate prodighe dei risparmi accumulati dagli avi furono incremento all'arte, nella quale era, come nella vita sociale e politica, una dimostrazione infinitamente estesa di bene e di male.