M'àno tutta disolata.

Eppure se è chiaro oggi che la Repubblica ebbe dalla lega irreparabili danni, tale fu il senno de' suoi reggitori ch'ella non solo durò ancora, e con onore, più secoli, ma parve a molti, per tutto quel secolo decimosesto, fosse in lei la speranza più certa delle fortune d'Italia, il baluardo più saldo della sua indipendenza. In fin de' conti, era uno Stato italiano, non soggetto a stranieri, gagliardo ancora, se poteva, dopo Agnadello, contrastare alle insidie spagnole in terraferma e alle violenze del Turco in Oriente. Prima di volgersi a casa Savoia, come fecero sul principiare del secolo seguente, quando fu chiaro che Venezia reggersi poteva, ma non arrischiarsi a ingrandimenti, era naturale che i cuori italiani si volgessero a lei. E qui troviamo tra gli altri un poeta grave, l'autore d'uno de' più tediosi poemi epici che ebbe il Cinquecento, l'Olivieri (Dio ne scampi dalla sua Alamanna!) che, pur ammirando Carlo V, invocava Venezia liberatrice di tutta Italia:

Oh secol d'or s'ella 'l tuo scettro attinge!

Canzon, vedrai nel mare

Ch'Histria e la Marca bagna, una Cittade

Rara al mondo di forza e di beltade.

Quivi ti ferma e grida

Che, fra voglie sì avare,

Esser d'Italia guida

Non nieghi: ond'ella in pace