Ora, signori, non sono tre che parlano così all'aprirsi dei seicento; que' tre ho indicato per saggio; la lista ignominiosa è lunga; dal tipo Sejano al trinciante presenta tutta la scala dell'abiezione e presenta qualche altra cosa: il colore politico del tempo. Ma ricordate che il colore politico non tinge mai tutto l'orizzonte. E spieghiamoci.

III.

Quella, è la produzione politica perchè quella è la storia politica di quel tempo. Non mi parlate del Boccalini, del Tassoni, del conte Verna, perchè il riso, demolitore più potente del sillogismo, non costruisce. C'è più costruzione nel paradosso di Rousseau che nel sarcasmo di Voltaire.

Il secolo XVII è partito a mezzo dal gran fatto della pace di Westfalia, che dopo un secolo e mezzo di lotte religiose, significa finite per sempre le guerre di religione. Il secolo XVIII potrà presentare guerre di successione, il secolo XIX guerre di nazionalità, il secolo imminente guerre non guerreggiate bensì ideali, ma il vanto di aver chiuso il ciclo delle guerre religiose tocca al secolo XVII.

Fu picciol vanto? E che significa aver chiuso il periodo delle guerre di religione senza consenso del Papa e per grido di popoli? Significa che la vittoria, pur non proclamata, restò ad un gran principio, alla libertà di coscienza, che fu vittoria del pensiero.

Significa anche più: che se nelle nazioni cattoliche il potere — troppo assoluto ancora — riusciva ad asservire la politica, a creare i Ducci, i Sigismondi, i Pellegrini, voci roche ed ultime della Ragion di Stato, il pensiero n'era fuori del tutto, tanto fuori da non essere nè cattolico nè protestante, ed ivi più libero dove più cattolico durava il culto, più assoluto il potere.

Quindi accanto alla logica della viltà scorre nel medesimo tempo e luogo la logica de' supremi ardimenti, nella città medesima dove Ducci scrive Galilei insegna, in Roma dove Sigismondi è ospite di un cardinale, Campanella è ricoverato dall'ambasciatore di Francia, per Bologna dove Pellegrini serpe passa Paolo Sarpi verso Roma, e in mezzo ai più umili precetti di ossequio simulanti la politica erompe l'utopia più larga ed audace che resterà codice a qualunque cervello impaziente. La politica potè riuscire a testimoniare servilmente il potere indiscutibile d'ignoti signori, il pensiero ad indicare nel trattato di Westfalia le clausole della propria indipendenza; e dove l'una consiglia l'esecuzione muta di qualunque ordine superiore, l'altro condanna Arrigo VIII protestante e Aldobrandini papa se l'uno consegna alla mannaia Tommaso Moro cattolico e l'altro al rogo Bruno eresiarca.

La più vasta e più cattolica potenza era la Spagna; il paese su cui più incumbeva era l'Italia; qui più servile era la politica, qui più tenace la resistenza del pensiero. In nessun tempo forse come nel seicento fu così spiccato il dissidio tra quelli che chiamano uomini pratici ed i pensatori.

Questo dissidio, nella letteratura, che non vuol servire e non arriva a pensare, che spagnuola non vuol essere ed italiana non può, diventa la più strana licenza formale; e nella filosofia, dove il pensiero è destinato ad affermarsi o a spegnersi, diventa quella magnanima eresia intellettuale che sconvolse le scienze, segnando le conclusioni massime al naturalismo aperto da Telesio nel secolo precedente.

Non è però soltanto estrinseco il dissidio che tormenta la filosofia in quel secolo, è più grave, è intimo. Non trovate nessun pensatore de' più celebrati che mentre lotta contro la Chiesa e la scuola, contro la Spagna e i politici che la rappresentano non lotti con più affanno contro sè stesso. E contro sè deve difendersi assai più che dall'inquisitore, dal pedante aristotelico, dal cortigiano, dal vicerè. Questo contrasto intimo ne' pensatori del seicento è degno di uno studio speciale che tocca davvero meno alla critica logicale che all'esame psicologico e storico.