In fatti il secolo che metteva innanzi arditamente i più grandi problemi naturali e non ancora poteva chiaramente vederne la soluzione, e che nella posizione istessa de' problemi presenta lo spirito nuovo e ribelle sotto la soma delle vecchie forme, crea negli animi quella contraddizione che non è più l'irresolutezza — paralisi degli animi fiacchi — ma è l'antilogia, tormento degli animi forti, che accolgono in sè le due grandi voci dell'epoca, e in sè rifanno il dialogo dell'età loro. Un medesimo uomo allora vi par due, con due lingue e due tendenze, come se doppia fosse la coscienza sua, che è pure la più semplice ed elevata.

Questo fenomeno, signori, è veramente d'ogni tempo e di ogni cervello poderoso. Nessuno di voi può sottrarsi a questa influenza delle due voci che vi fanno pensosi su problemi già risoluti facilmente dal volgo che da un lato guarda le cose. In ogni mente ogni giorno si ripete la tenzone tra il sì e il no, tra il vecchio e il nuovo, tra l'educazione e l'osservazione, e chi, per saltare, si affretta a risolvere è condannato a tornare indietro. Il certo è che questa doppiezza è umana, ed ogni valentuomo in sè porta sè stesso e qualche altro, e più porta di sè quanto ei più comporti dell'altro.

Questo dissidio intimo fu maggiore nel secolo XVII, il quale nella prima metà rappresentò il secondo periodo del risorgimento e nella seconda il transito dal risorgimento all'età moderna.

Confrontate, per esempio, lo spiritismo de' tempi nostri col mistagogismo campanelliano e avvertirete meglio le differenze di più e di meno. Voi incontrerete un darvinista che vi parlerà della legge evolutiva onde la materia sale sino alla dignità e funzione di pensiero, e a lui potete negare i santi e Dio senza che la terra e i cieli se ne commovano; ma gli spiriti ci hanno a restare. Non per testimonio altrui egli li conosce: li ha veduti, ha parlato, è in buona dimestichezza con un mondo ignoto. Negate ancora? Ed egli vi dice che la vostra esperienza è incompleta, la vostra incredulità è metafisica. Lo spiritismo, dunque, è un capitolo del suo metodo sperimentale, il mondo ignoto non è una superstizione nata sulla rovina di una religione, è invece una continuazione del mondo noto, un ultimo grado quasi della evoluzione superorganica. Egli ha sentito la contraddizione e crede averla superata; egli può affermare che veramente Amleto ha parlato col re morto di Danimarca, ma nella tendenza ei resta monista.

Non così Campanella. Per lui la contraddizione tra il mondo delle credenze e il mondo dell'esperienza resta intatta. Egli non la turba, non sa se siavi un punto verso cui le due linee convergano, non vuol saperlo, non sogna il monismo. Possiede tutta l'ispirazione de' profeti ed è uno; esercita tutta l'osservazione dello sperimentalista ed è un altro. Può avere nella sua cella sotterranea l'uno accanto all'altro i ritratti di Telesio e di Santa Brigida; e può tentare una congiura calabrese con la fede ne' miracoli di Giovanna d'Arco.

Questo dissidio intimo non è vinto da lui, ma forse dall'ultima parola del suo secolo.

IV.

Io apro una delle tante opere di Campanella, l'Atheismus triumphatus, e vi leggo che la famiglia degl'increduli è composta di filosofi osservatori della legge naturale, e che di questi appena quattro egli ha sospettato nel secolo suo, e venticinque ne ha veduto in tutta la storia universale.

I venticinque non ci riguardano. I quattro chi sono? Ei non li nomina e ci sforza a moltiplicare il suo sospetto. Se egli guarda fuori Italia, sarà difficile seguirlo; se all'Italia del suo secolo, ognuno corre con la mente a Sarpi, a Galilei, a Bruno, a Campanella istesso, i quattro singrafi del nuovo vangelo naturale.

Consentite che io rapidamente delinei queste quattro figure.