A questa vita affatturata, ammanierata e finta, doveva corrispondere una falsa poesia, perchè la poesia, non bisogna mai dimenticarlo, è il riflesso ingenuo, spontaneo delle condizioni morali di un popolo. Questa poesia che non aveva più grandi ideali da cantare, dovette profondere i suoi tesori di melodia e di immagini intorno alle frivolezze; e più l'argomento era frivolo e più bisognava che il tono si alzasse, e le immagini si gonfiassero, e i sentimenti fossero manifestati con goffa ostentazione. Mancato lo scopo civile e lo scopo religioso; ossia tenuti in basso luogo l'uno e l'altro; subordinati i grandi e serî uffici della vita alle pompose esteriorità, anche l'arte, anche la poesia dovevano risentirne; e a tutti gli altri ideali doveva essere preferito quello della sorpresa; e a preferenza di tutti gli altri effetti, doveva esserne ricercato uno solo, lo stupore.
La poesia del Seicento non è che una continua ricerca di questo unico intento: lo stupore. Il Marino, a buon dritto, fu salutato il grande poeta dell'epoca, appunto perchè egli diede insieme la poesia e la poetica del suo tempo.
È del poeta il fin la meraviglia.
Chi non sa far stupir, vada alla striglia.
E fedele a questa sua massima, voi lo vedrete sempre tormentare ed agitare il suo ingegno di poeta nato (perchè sarebbe ingiustizia grande il negare che il Marino fosse poeta nato), lo vedrete arrovellarsi a pungere e a sovreccitare tutte le sue facoltà preziose per non raggiungere che questa esteriorità: lo stupore; per contentare sempre e solo questa facoltà di secondo ordine: lo stupore. Perchè, bisogna riconoscerlo, o signore, la meraviglia, lo stupore se non s'accompagnano ad un grande e nobile sentimento, per sè stesse hanno qualche cosa di puerile e di frivolo, e si confondono facilmente colla curiosità prevalente nelle donnicciuole e nei bambini. Si tratta insomma di una facoltà umana di second'ordine; e ben a ragione Dante ebbe a dire che lo stupore “negli alti cor tosto s'attuta.„
E per raggiungere lo stupore, quali i mezzi? I mezzi furono molti e furono molto ingegnosamente usati; ma prevalsero i così detti concetti. Che cos'è il concetto, poeticamente parlando? Ecco: una delle grandi magie della tavolozza poetica è il traslato. Ma il traslato ha in sè stesso una vivacità esauriente, come quello che rampolla nella nostra fantasia momentaneamente eccitata per l'effetto di qualche oggetto esteriore o interiore che ci colpisca. Bisogna dunque che il traslato abbia come una limitazione e una ragion d'essere fuori di sè stesso. Se per il contrario noi prendiamo il traslato come punto di partenza e come fine; se moviamo da esso per procedere alla conquista d'un traslato ulteriore, si forma un soverchio, che ingombra la nostra fantasia e offende il nostro gusto. La immagine invocata opportunamente dall'artista per abbellire e dar rilievo all'oggetto si converte in una specie di miraggio perturbatore, il quale, frapponendosi fra la mente e l'oggetto, induce effetto contrario.
Permettetemi un esempio usuale. Se io di un bel praticello di aprile dico che esso è “ridente„ adopro un traslato che corrisponde perfettamente al caso mio, perchè appunto si collega con quella vivacità di emozione che la cosa ha risvegliato in me. Ma se, attaccandomi a questo traslato, ne adopro un altro e dico che i fiorellini bianchi del prato sono i denti e i fiorellini rossi sono le labbra manifestanti quel sorriso, ecco che do in una goffaggine che abbuia e distrugge l'effetto per cui ho adoprato la prima metafora.
Orbene di queste goffaggini fecero la loro delizia e il loro vanto continuo i poeti seicentisti; ed a tutti loro andò di sopra per ardimento, per audacia, per maliziosa abilità tecnica Giovan Battista Marini.
Alle volte si tratta di semplici allitterazioni, di puerili giuochi di parole:
La vite, onde la vita è sostenuta,