D'ogni calamità fia calamita.

Oppure:

Se il crine è un Tago e son due soli i lumi,

Non vide mai più bel prodigio il cielo,

Bagnar coi soli ed asciugar coi fiumi.

E qui non c'è solo giuoco di parole, ma c'è appunto quella sovrapposizione e quell'amalgama di più traslati a cui accennavo più sopra, che distrugge tutta la vaghezza della prima immagine.

Ma il Marino non effuse tutta quanta la sua potenza di poeta nel giuoco lirico dei concetti. Egli ambì di trattare i diversi soggetti poetici cogli espedienti dell'arte sua, in modo da potersi cimentare coi poeti più insigni che lo avevano preceduto. E qui egli manifestò, ottenendo un infelice primato sovra i suoi contemporanei, la mancanza di ogni misura, dandoci nel modo più rilevato il secondo carattere del Seicento; voglio dire, oltre l'artificiosità, l'intemperanza.

Confuse lo sfarzo colla forza; confuse l'abbondanza tumultuaria colla ricchezza vera. Il dire una cosa venti, trenta volte, parve a lui vanto migliore che il dirla una volta sola sobriamente ed efficacemente.

Non si stanca mai di amplificare, di gonfiare, di esagerare. E quando è arrivato al vertice della sua infelice piramide, come quel re Salmonèo che voleva imitare Giove, lampeggia e tuona a tutto andare. Ma se guardate bene per entro al bagliore e al fumo, troverete un concettino che mette il burlesco accanto all'elefantesco, accanto al mostruoso il puerile.

Questo il Marinismo ne' suoi punti più decisivi e più caratteristici. Riprendiamo gli esempi. A dare un'idea del grandioso i veri poeti dell'antichità ci avevano avvezzato con tocchi rapidi ed efficacissimi.