La foresta cuopria di fiera pompa,
Svolte le immense e smisurate spire
Distesi gli orbi e rallentati i nodi,
Sotto il suo vasto sen lo spaziò intero
Occupato tenea di cento campi.
Il verso di Dante ci ha dato una pittura viva; i diciannove versi del Marino ci danno una farraggine di particolari sconfinata ed inverosimile, che lascia la nostra fantasia fredda e vuota.
E questa sua emulazione nei temi ove meglio prevalsero i grandi poeti che lo avevano preceduto, è realmente un suo infelice proposito. Infatti egli non tralascia nelle lettere che scrive agli amici di vantarsi d'aver messo il piede dove l'avevano messo i poeti grandi suoi predecessori, e di essersela cavata con molto onore! Per esempio, egli scrive all'Achillini che è molto contento del suo idillio L'Orfeo, e che gli pare di averlo trattato in guisa che egli non abbia a scapitare, per quanti poeti, e sono tanti e così insigni, si possano ricordare che hanno trattato il medesimo soggetto.
Alla mente qui subito si affaccia, come una ironica condanna, quel gioiello d'ispirazione e di freschezza poetica che è l'Orfeo del Poliziano. Voi ricordate certo la semplicità melodica, l'effusione passionata e schietta del lamento di Aristeo:
Udite selve mie dolci parole
Poichè la bella Ninfa udir non vuole!