Ebbene, ciò che nel Monti è uno dei soliti suoi felici impeti lirici, nel Casanova e nel Cagliostro è il gran segreto, che promettono agli imbecilli contemporanei di rivelare.
In Venezia il Casanova vive e sciala per lungo tempo alle spalle di tre onorati e creduli gentiluomini, Bragadin, Dandolo e Barbaro, i quali sono persuasi ch'egli sia in possesso d'una cabala profetica e in comunicazione con spiriti celesti, che, oltre a far conoscere il futuro, devono apprender loro anche l'arte di non morire. In Parigi, con maggior apparato di prestigi negromantici, spilla tesori ad una vecchia pazza, madama d'Urfé, cui ha promesse le gioie del ringiovinire, le rinnovantesi estasi dell'amore e l'immortalità.
Con eguale impudenza il Cagliostro sfrutta coi credenzoni di mezz'Europa i fenomeni del magnetismo animale e del sonno catalettico per rievocare i trapassati, leggere negli arcani dell'avvenire; e in Roma, nella primavera del 1789, la fila dei cocchi, che recano alle sue conferenze di Villa Malta presso Porta Pinciana la più alta società indigena e forestiera, è ben più fitta, che non sia ora in Firenze quella delle più frequentate conferenze del palazzo Ginori. Se non che là si trattava di risvegliare i morti; qui, tutt'al più, d'addormentare i vivi, ed il proposito più innocente giustifica la minore curiosità.
Negromante, cabalista, mesmerico, spiritista, l'avventuriere ha su altri gran dottori di scienze occulte la superiorità d'essere sempre in perfetta malafede. Ciò può tenersi per indubitato del Casanova, Veneziano, e che del Veneziano ha tutta l'arguzia e la lucidità della mente; meno certo del Cagliostro, che ha la cupezza fanatica, gli sbalzi selvaggi del plebeo Siciliano, e in cui talvolta par di discernere quel fervore e quell'accecamento di spirito, pei quali, colla lunga abitudine del darla ad intendere, del vantarsi e dell'attribuirsi poteri straordinari, un uomo finisce in parte a credere a ciò che fa e a ciò che dice. Ad ogni modo anche nel Cagliostro il ciarlatano prevale.
VI.
Troveremo noi maggiore sincerità negli amori dell'avventuriere? Neppure in questi, quantunque, sino a che la gioventù gli dura, le donne siano il fondamento principale e l'istrumento maggiore della sua fortuna. Se non che nel Cagliostro questo argomento non ha nè grande importanza, nè alcuna estetica vaghezza. Il suo matrimonio con la bella Lorenza Feliciani, figlia di un tintore romano, è la più turpe di tutte le sue speculazioni, e gli altri amori sono episodi senza alcun intimo legame col misterioso laberinto della sua esistenza. Nel Casanova invece gli amori sono il pernio centrale della sua vita e di fronte ad essi è episodico tutto il resto. I suoi amori riempiono quasi gli otto volumi delle sue Memorie e si può credere s'egli ha avuto e s'è dato agio di variare questa dolce musica su tutti i toni possibili, dal più carnalmente e giovenilmente boccaccesco fino ad un sentimento così passionato e così raffinato della pura bellezza plastica, che il Sainte-Beuve, buon giudice, scambia addirittura il Casanova per un artista greco, e che un raggio di estetica idealità scende, si voglia o no, da qualche angolo di cielo pagano e traversa ed illumina tutta questa, starei per dire, nuda oscenità di racconti.
Non per questo si può affermare che passione vera s'incontri mai nelle sue infinite variazioni dell'eterno tema dell'amore, e sarebbe del resto assai strano incontrarla in un uomo, pel quale l'amore non è altro, com'esso dice, che “una curiosità più o meno viva, dominata dalla gran legge di natura, che assicura la perpetuità della specie.„
Il Casanova non prova quindi la passione, nè la inspira. Fra le tante donne amate da lui o che lo hanno amato, per lo più donne libere e ragazze (notevole singolarità nell'età dei Cavalieri Serventi) egli non s'imbatte mai in quelle amanti indiavolate, che l'infedeltà o l'abbandono mutano in Menadi scapigliate e furibonde, o in vittime deboli e desolate, che si struggono in lagrime e, per colmo d'imbarazzo, sono anche capaci d'ammalarsi e morire. No. Le donne del Casanova, queste gioconde e sorridenti figurine del secolo XVIII, nè minacciano, nè s'ammalano, nè muoiono. Non dimenticano bensì, nè si consolano subito, che sarebbe troppo, ma al momento del distacco promettono di vivere ancora e di cercare nel mondo qualche altra consolazione. Così l'amore non procura mai a questo gaudente girovago nè uggie, nè soste, nè rimorsi; l'amore per lui è mezzo, non fine, e quindi egli sta in guardia contro sè stesso per non abbandonarsi mai del tutto a nessuna ebbrezza d'amore che gli tolga la libertà delle sue determinazioni e dei suoi movimenti. Direi ch'egli tratta l'amore, come il vino. Quando s'accorge, che gliene salgono i fumi al cervello, egli lo anacqua o cessa di bere, nè fra i tanti eccessi di questa vera rincarnazione Settecentista del vecchio mito di Don Giovanni Tenorio vi avverrà mai di vederlo ubbriaco, cioè senza più coscienza esatta di sè e in balia degli altri.
Tuttavia una presa di matto c'è nel Casanova ed è ciò che qualche volta lo può rendere anche simpatico e gli ha fatto trovare più difensori che non merita; ma siamo savi noi, e non ci lasciamo ingarbugliare.
Anche quando giuoca tutto il suo denaro o giuoca la vita con tanta spensieratezza, in fondo in fondo il calcolo c'è sempre. Quanto al danaro, più la fortuna lo abbandona oggi e più lo compenserà domani; non lo compensasse, ed egli, messo alle strette, non esiterebbe a correggerla.