Prima fra le Accademie scientifiche, surse nel 1657, sotto la presidenza del Principe Leopoldo. La componevano: Giovanni Alfonso Borelli, Candido Del Buono, Paolo Del Buono, Lorenzo Magalotti, Alessandro Marsili, Antonio Oliva, Francesco Redi, Carlo Renaldini, Vincenzo Viviani.
E, cosa mirabile, e non mai più ripetutasi presso altre accademie, tanto era l'ardore delle ricerche sperimentali, e tale la persuasione, che solo dall'attenta osservazione dei fenomeni scaturir potessero le leggi che li governano, che tutti gli accademici lavoravano di comune accordo, costituendo quasi un'unica personalità, quella dell'Accademia, sicuri così che ben difficilmente sarebbe sfuggita all'attenzione di molti qualche circostanza importante e capace di modificare i risultati dell'esperienza. Così è che nell'aureo libro “Saggi di naturali esperienze fatte nell'Accademia del Cimento„ (Firenze 1667), e compilato dal Magalotti, si descrivono magistralmente le singole esperienze, senza mai accennare chi ne abbia avuta la prima idea, come se fossero state da tutti, in comune, pensate. E degno di osservazione si è pure che nello stesso libro dei “Saggi„ è detto: non entrare nelle abitudini dell'Accademia il discutere sulle cause dei fenomeni. Fosse il dubbio di incorrere nella disapprovazione eventuale di Roma, o la coscienza che delle teoriche ne erano state escogitate anche troppe, e ciò che mancava era una raccolta di fatti inconcussi, certo è che gli accademici s'attennero fedelmente al loro motto “Provando e Riprovando„. A più di due secoli di distanza è sempre con un senso di ammirazione che si leggono quelle pagine dei “Saggi„, cardini della nuova scienza, e vi si impara ancor oggi a condurre con acume e diligenza somma le esperienze.
Non riuscirà discaro che per sommi capi rammenti i principali risultati cui è giunta quell'accolta di preclari ingegni.
Incominciano i saggi colla descrizione degli strumenti di misura, e loro uso. Termometro, Igrometro, Pendolo, Barometro.
Il primo, inventato ancora nel 1597 dal Galileo, che pensò subito d'applicarlo alla medicina, per riconoscere il grado di febbre degli ammalati; da termoscopio che era, fu trasformato in vero termometro, prima riempito con acqua, poi con alcool. Portava i gradi marcati con piccole perline di vetro sulla canna stessa, come i migliori nostri termometri, invece che su tavoletta a parte, ed era con tanta arte costruito che, sebbene i punti di graduazione della scala fossero mal definiti col massimo freddo e massimo caldo di Firenze, tuttavia i diversi termometri, specialmente cinquantigradi, riuscivano perfettamente paragonabili fra loro. Nel 1830 si potè, confrontandoli col termometro Reaumur, ricavare dalle osservazioni meteorologiche di quell'epoca, come il clima della Toscana non sia venuto mutando. La fissazione dei punti estremi della scala coll'immergere il termometro nel ghiaccio che fonde, o tenerlo nel vapore che si svolge dall'acqua bollente, sotto pressione di una atmosfera, è posteriore all'Accademia, dovuta però ad uno dei suoi membri, il Rinaldini.
Quanto all'Igrometro, è noto il fatto dell'architetto Fontana, che nel 1586 riuscì a metter ritto l'Obelisco sulla Piazza San Pietro in Roma bagnando le corde; e sulla contrazione appunto delle corde, però di minugia, inumidite, fondò Santorio il suo primo Igroscopio. Quello dell'Accademia del Cimento invece, chiamato Mostra umidaria, è un vero igrometro a condensazione, dove, invece di cogliere il punto d'appannamento, come negli strumenti recenti, si misura la quantità d'acqua condensatasi in un dato tempo sopra un cono vuoto di metallo, riempito con un miscuglio frigorifero.
Segue la descrizione del Pendolo, e di un orologio a pendolo, “su l'andar di quello che prima d'ogni altro immaginò il Galileo, e che dell'anno 1649 messe in pratica Vincenzo Galilei suo figliuolo„; prova maggiore che realmente l'applicazione de' pendoli agli orologi è invenzione italiana.
Quanto al Barometro esso servì loro, non solo per misurare le variazioni di pressione nell'aria; ma ben anche come apparecchio per eseguire un vuoto assai migliore di quello ottenibile colle macchine pneumatiche di quel tempo. E nel vuoto Torricelliano sperimentarono: se il suono si propaga; se la calamita attira; se l'ambra strofinata si elettrizza; come vi muoiano gli animali; se l'alzarsi dei liquidi nei tubi capillari è influenzato dalla presenza dell'aria, e molte altre. E dopo 200 anni noi siamo ritornati alla macchina pneumatica a mercurio, la più perfetta di tutte, che permette delle rarefazioni così forti da dar luogo ad una serie di nuovi fenomeni illustrati dal Crookes.
Il servizio meteorologico si considera generalmente come un'istituzione moderna; esso, per merito sopra tutto dell'Inghilterra, fu sistemato ed allargato così, che i servigi che presta, anche nel campo pratico, sono immensi. Centinaia di bastimenti ogni anno vengono risparmiati dal bullettino che, volando sul filo elettrico, precede la bufera. Ma nel campo scientifico il poter tutti i giorni, ad ora fissa, tracciare la carta delle condizioni meteorologiche di gran parte del mondo, chi sa a quali risultati potrà portare. Frattanto non dimentichiamo, che le osservazioni meteorologiche sono gloria italiana. Fin dal 1654 furono colla massima regolarità eseguite nel Convento degli Angeli a Firenze; a Vallombrosa, a Cutigliano, a Bologna, a Parma, a Milano, a Varsavia, ad Innsbruck sotto la direzione generale del padre Luigi Antinori teologo del Gran Duca. Esiste fra gli altri un registro che contiene cinque osservazioni al giorno per lo spazio di oltre sedici anni.
Sono poi descritti nei Saggi diversi areometri; la palla d'oncia, ecc., ecc., strumenti che ancor oggi potrebbero prestare utili servigi alla scienza.