Senza terrestre limo,

Come fu il primo, non d'insania vuoto.

Paragonate queste parole a quelle di Dante per Beatrice. Che abisso di differenza!

La Canzone alla Vergine è inno ed elegia, confessione e preghiera ad un tempo. Vi è come un ritmico singhiozzo nelle rime a metà di verso — vi è come un desolato e supremo appello nell'insistente invocazione — “Vergine!„ — a ogni principio di strofa. E finalmente vi è un presentimento di riposo e di pace ineffabile nei versi finali: “Raccomandami al tuo Figliol verace — Uomo e verace Dio — Che accolga il mio spirto ultimo in pace.„

Ripeto: tutto il Medio Evo nei suoi secolari dolori cerca e trova rifugio nel Sacro Ideale Femminino, nella Consolatrice. Ed è lei che risolve il gran problema del dramma medievale del Faust.

Das Ewig Weibliche

Zieht uns hinan!

Vi rammentate la mistica scena finale? Il Pater Extaticus, in preda al delirio dell'amor puro, esprime le più ardenti aspirazioni all'incorporeo, all'infinito: non appartien più a questo mondo; e librato sull'ali del desiderio, nuota nel puro etere. Il Pater profundus esalta in un magnifico inno l'amore, e canta Dio nella natura. Il Pater Seraphicus annunzia e invita le schiere angeliche che si trasmettono la parte immateriale di Fausto. San Bernardo (Doctor Marianus) dalla cella più elevata e più pura, annunzia l'arrivo della Mater gloriosa, che s'avanza nel blù profondo dell'atmosfera. A lei s'inchinano le tre grandi penitenti, la Maddalena, la Samaritana, l'Egiziaca, e una penitente che un tempo si chiamò Margherita, prega la Vergine Madre per la salute di Fausto. È quella stessa voce che abbiamo udita tremante d'amore nel giardino — rotta dai singhiozzi al tabernacolo della Madonna — e morente in un gemito nella Cattedrale.... E il risentirla ora in cielo, sempre amante, e supplicante per Fausto, produce un effetto unico. Come la Vergine attirò e salvò Margherita — così Margherita attira e salva Fausto. Mistica catena, magnetiche attrazioni, nelle quali e per le quali, Amore e Religione diventano una medesima cosa!

IX.

Enrico Heine in uno dei suoi volumi di prosa ricorda una vecchia leggenda tedesca, che ha, secondo me, un notevole significato storico e psicologico. Un giorno di maggio, sul finire dal secolo XV, una compagnia di preti e di monaci passeggiava in un bosco. Disputavano di teologia, distinguendo, argomentando, sillogizzando, citando san Tommaso e san Bonaventura, Scotisti e Nominalisti. A un tratto, nel più forte della discussione, tacciono tutti, e restano interdetti e come inchiodati, sotto un bel tiglio fiorito, dove un rosignolo sospirava le sue note tenere e passionate. Quei cuori scolastici e dottorali si commossero — si aprirono alle tepide emanazioni primaverili, e ascoltavano attoniti.... Ma il malizioso rosignolo (una specie di Heine coll'ali) trillò: sono il Diavolo, e fuggì via.