Allorché le costituzioni de' Franchi, sotto l'impero di Carlomagno, emancipando l'Europa dai disordini della monetazione dell'impero romano e del greco, fissarono il valore de' metalli nobili, e statuirono il conio di una nuova moneta, fu battuto il solo [I[denaro]I], o la dodicesima parte del [I[soldo]I], formando 20 soldi una [I[lira]I], rappresentata perciò da sì ingente massa d'argento che non fu mai foggiata in moneta speciale, come nol fu nemmeno il soldo carolingio; e quantunque agevole fosse l'una e l'altra somma rappresentare con pezzi d'oro coniato, sappiamo non pertanto che dalla caduta del regno de' Longobardi sino all'imp. Federico II, che batté a Brindisi il primo [I[augustale]I], l'Europa non ebbe altr'oro coniato da quello in fuori de' paesi occupati dagli Arabi e dell'impero greco. I Veneziani ebbero anch'essi i loro denari modellati sui franchi, battuti probabilmente a Pavia od a Treviso, e recanti nelle loro epigrafi i nomi di Lotario, di Lodovico (Pio), o la generica appellazione d'[I[Imperatore romano]I]. Non è di queste pagine il rintracciare per quali cagioni il denaro venisse dall'epoca carolingia in poi scemando successivamente di peso e di titolo; talché quella moneta anche fra noi andò di mano in mano deteriorando, prima sotto gl'imperatori germanici, poi sotto i dogi; fino a che col volger de' secoli fu rappresentata da una massa sì tenue d'argento che sotto il doge Cristoforo Moro fu preso di batterla di puro rame, convertirla quasi in una semplice moneta nominale. La sua piccolezza sotto gli antecedenti dogi le valse il nome di [I[piccolo]I] o [I[parvus]I], come altra volta il colore argentino della sua superficie le meritava quello di [I[albulus]I]. Il [I[bagattino]I] quindi di cui ci occupiamo non è se non una degenerazione del denaro argenteo dei Carolingi, e rappresenta il dodicesimo del soldo, cioè del ventesimo della lira, ma di una lira straordinariamente diminuita del primitivo valore.

Della voce [I[bagattino]I] non sarebbe ozioso per noi il rintracciare la origine; il Gallicciolli ([I[Memorie Venete]I] II, 41) la vorrebbe derivata dall'arabo [I[bagadhon]I], rimoto o vile, quasi moneta la più [I[rimota]I] in cui si risolve la lira, o la più [I[vile]I] di tutte le correnti. Certo è ben degna di riso la etimologia che ne diede Roberto Cenale nel I tomo del suo trattato [I[De rat. pond. et mensur.: Barchatinus, vulgo ]I]barguetìn[I[, puto esse pretium trajectus aquae per barcham]I]; né meno ridicola è quella allegatane da Marquardo Trecher nel libro [I[De re monetaria Germanici Imperii: Pagatini, aeneoli Venetorum, a solvendo dicti]I]. Non saprei invero indurmi a ritenere veneziano questo vocabolo, né in ciò temerei d'opporrai alla pluralità degli eruditi; imperciocché a tutto il secolo XIV e fino al XV avanzato non leggiamo darsi al dodicesimo di soldo altro nome che quello di [I[parvus]I], [I[parvulus]I], [I[pizolus]I], [I[denarius]I] e più di raro [I[obolus]I]; [I[bagattino]I] solo ricorre le prime volte gli ultimi anni del quattrocento. Non così può dirsi della monetazione d'altre parli d'Italia, onde quel nome sembra passato a Venezia; in fatti sino dal 1327 leggiamo nel testamento di Castruccio Castracane quel nome applicato a moneta di Lucca: [I[Restitui inclytae ducissae dominae Pinae uxori libras mille bacattinorum]I]. Ed in epoca ancor più antica si dava quel nome a Padova alla minima frazione della lira ([I[libra parvorum]I]) leggendosi nei [I[Regimina Paduae]I], editi dal Muratori nel T. VIII [I[Rerum Ital. Script.: Hoc anno (1274) de mense februarii fuit inventum in clausura Domus Dei per fratrem Rolandum tantum aurum in meaglis quod valuit circa XVII. millia librarum bagatinorum]I]. Non è dunque vero che questo vocabolo sia veneziano, se lo leggiamo in documenti di Padova due secoli prima che s'introducesse fra noi.

Quanto poi al valore de' bagattini sul declinare del secolo XV, quando cioè si battevano di queste minime parti della lira per le città dalmate, esso risulterà agevolmente da questo calcolo. Dal 1472 al 1512 (secondo le memorie della nostra zecca) il ducato d'oro o zecchino oscillò fra il valore di lire 6 e soldi 4 e quello di lire 6 e soldi 10; adottiamo dunque un valor medio di lire 6 e soldi 7, cioè di soldi 127 pari ad uno zecchino. Soldi 127 corrispondono a bagattini 1524, quindi il bagattino rappresentava 1/1524 dello zecchino. Oggi quest'ultima moneta si calcola corrispondere a lire austriache 14 e centesimi 60; quindi quel bagattino ridotto a nostra moneta sarebbe oggidì rappresentato da centesimi di lira austriaca 0,958. Dal 1716 in poi, quando il valore dello zecchino montò e si tenne fermo per quasi un secolo al valore di lire 22 o soldi 440, il bagattino rappresentava soltanto 1/5280 di zecchino, pari al presente a centesimi austriaci 0,208. È inutile ricordare come nella prima epoca (1472 a 1512) ragguagliata la lira veneta allora corrente coll'austriaca d'oggidì fosse nello zecchino rappresentata da un pezzo d'oro del valore di austriache lire 2 : 28, e nella seconda epoca (1716 a 1797) di soli centesimi 66,3.

La necessità di abbondare dei minuti spezzati della moneta, specialmente in paese povero, determinò gli abitanti di Sebenico a chiederne una massa vistosa al governo della Repubblica. Questa città, che dal 1327 era passata sotto il dominio de' Veneziani, ma poi ceduta al re d'Ungheria loro era ritornata soltanto nel 1416 (dal qual anno in poi la resse un patrizio col titolo di [I[conte]I] fino al 1526 in cui gli si aggiunse quello ancora di [I[capitano]I]), regolata da proprio statuto, amava che oltre al simbolo della sovranità veneta quello pure vi si mettesse del suo comune, la imagine cioè del protettore san Michele. Riportiamo il decreto del Consiglio de' Dieci che ordina il primo stampo della moneta sebenicese a Venezia, nel 1485, ducante Giovanni Mocenigo:

[I[ M.CCCC.LXXXV. die XXI. Maji, in C.X. cum Add.]I]

[I[ Quod autoritate hujus Consilii captum sit et sic mandetur per Capita officialibus nostris monetae argenti ut cudi pro nunc faciant, ad summam ducatorum XXX, obolos ex ramine ad rationem duodecim ad soldum, cum imaginibus gloriosi protectoris nostri sancti Marci ab uno latere, et sancti Michaelis Archangeli protectoris dictae comuniatis nostrae Sibenici ab altero latere, sicut videbitur et ordinabitur per Capita, sicut scriptum et suplichatum fuit.

In questa parte del C. X. leggiamo, forse per amore di latinità che non è già troppo pura, il nome di [I[oboli]I] dato a' bagattini, quasi fossero sinonime quelle due voci esprimenti il più vile spezzato della moneta. Ma sotto la ducea di Agostino Barbarigo, nel 1491, si decretò nuovamente lo stampo di que' nummi sebenicesi:

[I[ 1491 adi 13 lujo, in Cons. X cum Add.]I]

[I[ Instantissimamente el domanda la comunità nostra de Sibinicho chel sia comandà per questo consejo che per la zecha nostra sia fato denari menudi con la impression de santo Mìchiel da uno ladi et da l'altro santo Marcho per uso dele povere persone, per la suma de ducati sesanta sicome altre uolte a loro e sta conzeso, per che masimamente i ano de bixogno de essa moneda menuda per spender queli a menudo, si come li fo promeso; ma che loro debiano desborsar la moneda nezesaria per i diti bagatini. Ala qual domanda e bon a satisfarli, e per questo: ]I]

[I[ L'anderà parte che per autorità de questo Conseio sia chomandà ali masari nostri de la Zecha che i fazino far quelli denari con la impression mostrada a questo consejo ala solita charata ala suma e valuta de ducati 60; i quali serano dadi per lo suo meso per far i diti denari.]I]