Non mi venne fatto, per diligente pazienza che usassi, di rinvenire la terminazione colla quale fu decretato lo stampo dell'unica moneta che abbiamo d'Antivari suddita a' Veneziani. Ma non è a dubitare, dalla semplice ispezione del suo tipo, che siasi essa pure battuta nell'epoca medesima in cui lo furono la maggior parte de' bagattini delle singole città dalmate, cioè gli ultimi anni del secolo XV o i primi del successivo.

Questa moneta, non facile a trovarsi benché il Museo Correr ne posseda tre esemplari, mi si offrì di due soli tipi, fra loro distinti da lievi differenze. Il peso ne varia da k. 8 a k. 6. 3, e il diametro n'è costante di m. 0,017. Presenta da un lato S. Giorgio armato a cavallo incedente verso la sinistra del riguardante, e sotto a' suoi piedi atterrato il dragone; all'ingiro la epigrafe . S . GEORG . ANTIVARI. Il rovescio ha, come i bagattini dalmati, il S. Marco in soldo stretto da un cerchio di perline, oltre il quale è la leggenda + . S. MARCVS . VENETI. La varietà che si rimarca in alcuni esemplari è la mancanza di questo cerchio che avvolge il leone.

Le osservazioni fatte sui bagattini, allorché dissi di quelli coniati per le città della Dalmazia, possono riferirsi anche a questo che ha comune con essi l'epoca, il peso, la fabbrica; sicché ritengo inutile il soffermarmi davvantaggio a parlarne.

[T4] DULCIGNO.

Occupata da' Veneti nel 1405 che la tennero fino al 1412, e più tardi dal 1425 fino al 1471 in cui cadde in poter de' Turchi per subire due anni dopo le sorti di Antivari, Dulcigno non avrebbe trovato posto in quest'operetta se non mi obbligasse a toccarne un cenno che lo Zon fece di monete battute per questa città da' nostri. Ed infatti nella sua dissertazione sulla Zecca Veneta nell'opera [I[Venezia e le sue lagune]I] (T. I. p. II. pag. 69), ricordando le monete coniate per le singole comunità dalmate ed albanesi, cita fra le altre quelle di [I[Dulcigno]I] offerenti la imagine della [I[Vergine]I]. Devo però confessare ch'io non conosco punto la esistenza di questa moneta, che non vidi in alcuna raccolta, né trovai in alcun libro citata. Fino a tanto quindi che s'abbiano dati più certi per ritenere la esistenza di questo pezzo, siami lecito il dubitarne.

[T4] ALESSIO.

Venuta per dedizione spontanea in potere de' nostri nel 1403, fu retta da un [I[provveditore]I] che la governava in nome della Repubblica fino al 1477 in cui per cessione la occuparono i Turchi. Ripresa nel 1503, ricadde in loro mano nel 1506. Lo Zon citò parimente, in un colle monete di Dulcigno, quelle di Alessio. L'esemplare sulla cui autorità credette appoggiarsi per far luogo alla menzione di questo pezzo fra gli altri dalmati ed albanesi, è quel bagattino di Lesina che si custodisce nella Marciana; il cui non felice stato di conservazione gli fece scambiare la giusta lezione LESINENSIS col nome della città d'Alessio. Se, rettificando l'abbaglio ov'incorse il mio illustre amico, devo togliere alla serie de' nummi albanesi questa imaginaria moneta, ho peraltro il contento di averne aggiunto una di sconosciuta finora alla serie de' nummi dalmati.

E qui si chiude la prima delle classi in cui ho spartito la numismatica de' possedimenti de' Veneziani, rivolgendo ora le mie indagini alle monete da loro battute per le province che costituivano il Levante Veneto.

[T1] II. LEVANTE VENETO.

Il nome generico di [I[Levante]I] abbracciava nel medio evo tutti que' territorii che, situati all'oriente dell'Adriatico, formarono parte dell'impero greco dopo il trattato conchiuso fra Niceforo e Carlomagno. Ma i Veneziani, fattisi per armi, per comprite o per dedizioni spontanee, padroni della maggiore e più bella parie delle coste marittime di quelle terre nel continente europeo, e di molte isole dell'Arcipelago, e dilatate le loro conquiste nel secolo XII fino nella Siria, restrinsero il significato di quel nome, coll'eccepirne le spiagge dalmate ed albanesi. Per poco che si conosca la storia nostra, si comprenderà di leggeri come il nome di [I[Levante Veneto]I] avesse nelle varie età più o men ampio senso. Allorché Enrico Dandolo, successore a dogi insigniti delle dignità d'[I[ipati]I], di [I[protosebasti]I] e di [I[protospatarii]I], emancipava la patria da ogni vincolo di sommessione all'impero d'oriente, e s'intitolava signore di un quarto e mezzo dell'impero di Romania ([I[dominus quartae partis et dimidii Imperii Romaniae]I]), la Repubblica non possedeva ancora le sette isole del mar Jonio che aggiungeva in sul cadere del XIV secolo (1386) a' proprii stati. Alla metà di quel secolo vi aggiungeva l'Acaja, e più tardi varii porti della Morea, che toltile poscia da' Turchi le riconquistava sul declinare del secento il Morosini, che dalle vittorie riportate nella penisola di Pelope ebbe il soprannome gloriosissimo di Peloponnesiaco. Ma dopo la pace funesta di Passarovitz, perdute le belle conquiste del Morosini e rimasta Venezia senz'altri possedimenti nell'Arcipelago, il nome di Levante Veneto comprendeva le otto province o [I[reggimenti]I] di Corfù, Zante, Cefalonia, Asso, S. Maura, Cerigo, Prevesa e Vonizza, subordinati ad un patrizio eletto dal Senato fra gl'individui del suo corpo, e portante il titolo di [I[Provveditor General da Mar]I]. Questi presiedeva al governo supremo di tutto il Levante, e da lui dipendevano gli altri patrizii che sosteneano le cariche militari marittime della flotta sottile e grossa, ed era giudice in appellazione dalle sentenze de' rappresentanti degli otto reggimenti, il numero de' cui abitanti, quasi tutti greci di rito e di favella, sommava a 150,000.