Venendo ora a dire delle monete che i Veneziani coniarono nelle varie epoche perché avessero corso nel loro Levante, questa seconda categoria avrebbe ad abbracciare quelle che si destinarono ad aver corso in tutt'i possedimenti, ad esclusione della Dalmazia e della Terraferma d'Italia. Ma ho creduto separarne le battute per Candia e per Cipro, per la ragione espressa nel principio di quest'operetta che, limitandosi queste due serie quasi puramente a monete ossidionali, mi parvero meritare due classi a sé. I nummi de' quali ci occuperemo in questa seconda parte furono invece cusi, niuno eccettuato, nella metropoli.
[T5] Tornese.
Un fortuito ritrovamento di monete veneziane fatto nel 1849 in Morea, le quali tutte passarono in proprietà del dott. Costantino Cumano di Trieste, porse occasione a questo valente archeologo di spargere molta luce su quella moneta che sì frequenti volte s'incontra ne' documenti nostri e nelle memorie della zecca veneta; ma la cui rarità, anteriormente a quello scavo, lasciava troppo libero campo a mille supposizioni che oggi spero cedano il seggio usurpato alla verità. Nello stendere questo brano del mio lavoro, io non potrei non attenermi alle savie opinioni espresse dal Cumano in una sua lettera inserita nel giornale [I[L'Istria]I], Anno V, n. 11, scritta d'Atene nel marzo 1850. Anzi ad avvalorare le opinioni del Cumano aggiungerò copia di notizie estratte da documenti autentici sulla fabbrica de' tornesi e sull'epoca della loro durata.
Io so bensì che il chiaro senso della terminazione del Maggior Consiglio 31 marzo 1394, ricordando le varie specie di monete argentee che si battevano allora nella zecca nostra, [I[grossi]I], [I[soldini]I], [I[parvuli]I] e [I[tornesi]I], avrebbe facilmente condotto a riconoscere, nei pezzi che frappoco esamineremo, il tornese, stante la necessaria esclusione da quella nomenclatura degli altri nummi che appartengono alle tre prime classi e che troppo son conosciuti. Ma nullameno è officio di coscienzioso scrittore l'attribuire la priorità d'una scoperta in qualsivoglia ramo del sapere a cui veramente essa spetta, ed io devo riconoscere ne' dotti studii del Cumano la prima determinazione della per lo avanti incerta moneta.
Il ritrovamento, di cui toccai più sopra, fu di una massa considerevole di que' piccoli nummi recanti intorno al simbolo di S. Marco la leggenda [I[Vexillifer Venetiarum]I], frammisti a tornesi di Francia e ad altri de' principi d'Acaja e dei duchi di Atene, somigliantissimi nel tipo ai nostri e alla loro volta imitati da' francesi, de' quali ultimi tutt'i rinvenuti nello scavo spettano, a quanto pare, a Lodovico IX il santo, che regnò dal 1226 fino al 1270. Alla qual'epoca appartengono i tornesi, che vi si trovarono frammisti, di Guglielmo II de Villehardouin duca d'Acaja e di Guido de la Roche duca d'Atene, che co' nomi de' loro successori si continuarono a stampare in Atene fino a verso il 1310, ed in Acaja (Chiarenza) fino a verso il 1346 in cui il principe Roberto fu assunto alla dignità d'Imperatore.
"Ed appunto verso quest'epoca, dice il Cumano, i commercii di Chiarenza, città capitale del principato d'Acaja, fiorivano per modo che le monete che vi si battevano non soltanto godevano universale favore, ma erano adottate e riconosciute pei traffici col Levante da tutte le città mercantili e dalla Repubblica di Venezia. Cessato avendo verso il 1350 la zecca di Chiarenza, è verosimile che i Veneziani, visto il favore che vi godevano i tornesi, abbiano dato fuori pel Levante e principalmente per la Morea monetine di disegno analogo e di valore eguale all'antico, conservando loro lo stesso nome di [I[tornesi]I] o [I[torneselli]I]."
A determinare pertanto il valore di questa moneta ne' secoli di cui ci occupiamo, molto opportunamente soccorre un passo di Francesco Balducci Pegolotti, scrittore toscano che fiorì intorno al 1335, la cui [I[Pratica della mercatura]I], opera stupenda per la storia dell'economia nel medio evo, forma il terzo volume della raccolta di Gianfrancesco Pagnini [I[Della Decima e delle altre gravezze del comune di Firenze]I], Lisbona (Firenze) e Lucca, 1776. Ecco il passo del Pegolotti:
[I[ In Chiarenza (]I]Acaja[I[) e per tutta la Morea vanno a perpero (]I]iperpero[I[) sterlini 20. E gli sterlini non vi si vendono né vi si veggiono (]I]cioè sono moneta meramente ideale[I[), ma spendonvisi torneselli piccioli che sono di liga d'once 2 e 1/2 di argento fino per libbra ed entrano per libbra soldi 33, denari 4 a conto. E ogni denari 4 de' detti tornesi piccioli si contano per uno sterlino; e gli tre sterlini un grosso veneziano di zecca di Vinegia, e gli 7 grossi un pipero (]I]iperpero[I[). La moneta di Chiarenza chiamasi tornisella picciola.]I]
Da questo importantissimo passo del Pegolotti rileviamo agevolmente il titolo e il valore de' tornesi. Quanto al primo, avendovi in una libbra d'argento once 2 e 1/2 di fino cioè k. 360, avremo in una marca di fino k. 240 e di peggio k. 912. Quanto al valore, è non meno agevole determinarlo. Se l'iperpero equivale a 20 sterlini, e lo sterlino a 4 tornesi, 80 tornesi formeranno l'iperpero. Lo sterlino corrisponde altresì ad un terzo del grosso veneziano, dunque il tornese si raggualierà ad 1/12 del detto grosso. Sappiamo che dalla metà del secolo XIV in poi il grosso si valutò 4 soldi di nostra moneta, cioè 48 bagattini; perciò lo sterlino uguagliava 16 bagattini, e 4 bagattini il tornese. A questo titolo ed a questo valore corrispondono infatti i nummi di cui ci occupiamo.
Quando ne impresero i Veneziani lo stampo? Vedemmo come il Cumano saviamente opini che incominciassero al cessare la zecca di Chiarenza. Gli è vero però che in più antiche memorie ne troviamo menzione. Si cita infatti la terminazione del 1287 contenente provvedimenti qui fatti e discipline pe' cambiatori di tornesi; si cita il viaggio di Marco Polo, scritto da Rusticiano da Pisa nel 1298, al capitolo XV della Parte II (p. 90-91 della mia edizione), dove parlandosi della banca fondata da Cubilai Caan a Cambaluc (Pechino) vi si nominano gli assegnati del valore di [I[mezzo tornesello]I], di un [I[tornesello]I] ecc. Io però credo non per altro citarvisi questa moneta se non per la voga grandissima ch'ebbe in Oriente nel secolo XIII messavi in corso da' Francesi per le loro colonie. Ma il primo tornese veneziano effettivamente esistente è quello di Andrea Dandolo. Passiamo senz'altro alla descrizione di queste monete.