[T5] Da 30 tornesi.
Dopo il tornesello di Leonardo Loredan, decretato colla terminazione del 1505 che ho riportala, troviamo bensì nelle memorie di zecca menzione di tornesi qui coniati per il Levante, per la flotta, per Candia, negli anni 1545 e 1548, nonché di bagattini per Corfù nel 1549; ma non saprei veramente a quali monete del doge Francesco Donà, che governò in quell'epoca, attribuire i nomi di [I[tornese]I] e di [I[bagattino per Corfù]I]. Forse quest'ultimo altro non era che il consueto bagattino per Venezia recante da un lato la croce, dall'altro il busto di S. Marco di prospetto; ma non oserei con pari asseveranza chiamar tornese il [I[sesino]I] che non equivaleva se non a mezzo dell'antico tornese, o a due bagattini, cioè [I[un sesto]I] di soldo onde trasse il nome.
Qui sorge però una domanda alla quale si potrebbe rispondere senza gittarsi nel vasto campo delle conghietture: - I tornesi conservarono sempre il primitivo valore di 4 bagattini? - I pezzi del secolo XVII che portano improntato quel nome mi obbligano a rispondere negativamente a questa domanda.
La mistura metallica che servì allo stampo di tali monete, coniate sotto il doge Antonio Priuli, che regnò dal 1618 al 1623, è di poco superiore nel fino a quella che il doge medesimo impiegò nella fabbrica de' soldoni, valutata a k. 54 fino per marca, o a peggio 1098. Avuto riguardo alla lieve eccedenza del titolo di pochi carati per marca, al peso de' nummi che verrò descrivendo, raffrontandolo con quello del soldone ch'era di k. 9. 4/5, e massime alle sigle I e IIII ricorrenti ne' pezzi da 15 e 60 tornesi, si riconosce facilmente che quelle sigle indicano i soldi veneziani a cui si ragguagliavano i pezzi stessi, di modo che un soldo equivalesse a 15 tornesi, essendo quindi il tornese dal primitivo valore di 4 bagattini calato a quello di 4/5 di un bagattino.
Nell'esporre pertanto a' lettori la serie de' pezzi multipli di questo minor tornese coniati dal Priuli, darò primamente luogo a quello da tornesi 30, perché ne esiste qualche raro esemplare colla iscrizione latina (che poi da lui e da uno de' suoi successori fu mutata in greca, forse per compiacere a' popoli fra cui si destinavano ad aver corso queste monete), eccedente il peso ordinario del pezzo.
[I[Primo tipo = Epigrafe latina]I]. I due esemplari che ne osservai nel Museo Correr, ottimamente conservati, hanno un diametro di m. 0,024 ed un peso di k. 18. 3. Il diritto porta all'ingiro la epigrafe * ANTONIVS. PRIOLVS. DVX. VENE. e nel mezzo fra un cerchio è l'altra TORNESI = TRENTA in due linee, sovra e sotto la quale campeggia una rosa fra due stelline. Il rovescio offre il leone di S. Marco, gradiente verso la sinistra dell'osservatore e ad esso di fronte un castello; nell'esergo ha parimente una rosa fra due stelline. La leggenda che gli gira all'intorno è SANCTVS. MARCVS.
[I[Secondo tipo = Epigrafe greca]I]. Ha comune col precedente il diametro, ma il peso n'è di un carato minore ne' migliori esemplari. Nel diritto la epigrafe del contorno è * [Gr[ANTONIOS O PRIOLOS DOUX]Gr] e quella del centro [Gr[TORNESIA TRIANTA]Gr], sopra cui tre stelline, e sotto una rosa fra due stelline. L'altro offre la rappresentazione del tipo precedente, e la epigrafe * [Gr[O AGIOS MARKOS]Gr], e nell'esergo due [Gr[L]Gr] intrecciate, l'una capovolta all'altra, fra due stelline. Anche sotto il doge Giovanni Corner I°. (1625 a 1629) si replicò lo stampo di questo pezzo che non è diverso da quello del Priuli se non per la epigrafe del diritto così necessariamente mutata [Gr[IOAN: KORNELIOS O DOUX]Gr], e per altre inconcludenti varietà nell'esergo del rovescio. Ma in peso questi nummi del Corner sono inferiori a quelli del Priuli, non avendoli io trovati, ne' meglio conservati esemplari, eccedere i k. 16. Questo secondo tipo occorre nelle raccolte assai più frequente del primo.
Ragguagliato il tornese a 4/5 del bagattino, il pezzo da 30 tornesi equivale ad una gazzetta.
[T5] Da 32 tornesi.
Non so che altri dogi, fuorché Antonio Priuli, abbiano coniata questa moneta, non ovvia a trovarsi. Il suo peso, in due begli esemplari che n'esaminai, uno alla Marciana e l'altro al Museo Correr, mi risultò di k. 18. 3. cioè pari al pezzo da 30 tornesi del primo tipo. Ma donde sorse mai così strano caso, che due monete di peso e titolo identici e d'epoca uguale, variino nel valore? Potrebb'egli ritenersi forse che la eccedenza nel pondo della moneta da 30 tornesi coll'iscrizione latina, avesse consigliato a sminuirla e a stampare i pezzi già preparati col valore di 32? Non oso decidere la intricata questione.