La rarità singolare di questo pezzo, il vederne l'unico esemplare che se ne conosca a fior di conio, il non incontrare in tariffe né in memorie di zecca alcuna moneta con questo nome, né in quell'epoca né dappoi, fanno ritenere essersi bensì progettata la piastra ed eseguitone il conio, ma non aver mai essa avuto corso, qualunque sia il motivo che determinasse a sospenderla.
[T5] Reali.
Raro, quanto la piastra, è il [I[reale]I] del medesimo doge, e con essa ha comuni il titolo, il peso, il tipo ed il valore; comuni altresì le circostanze che inducono fondata opinione esser rimasto esso pure un progetto ineseguito per cause che ci sono del tutto ignote. L'unica diversità che si riscontra fra questi due pezzi sta nella leggenda del diritto, portando in mezzo allo scudo la epigrafe in tre linee REAL = VENE = TO; e all'ingiro * FRANCIS . CONTARENO . DVX . * L'unico esemplare ch'io ne sappia è quello che colla collezione Pasqualigo passò alla Marciana.
Altro reale esisteva nella raccolta di Maffeo Pinelli, la cui libreria fu sì dottamente descritta dal Morelli (Venezia, 1787) che ci conservò memoria di questo pezzo, che non si sa ove più esista dopo la deplorata dispersione di quel medagliere.
Accontentiamoci dunque del poco che il Morelli ne disse, e ch'io fedelmente trascrivo: [I[Altra moneta rarissima, detta reale, v'ha di Francesco Erizzo, della grandezza di un ducato d'argento, in cui da una parte v'è un lione colle ale stese e con un libro nelle zampe, ed all'intorno SANCTVS . MARCVS . VENET . e sotto REALE. Dall'altra si vede il doge in piedi, e dietro il mare con la prora di una galea ed una fortezza, ed all'intorno si legge FRANC . ERIZZO . DVX . VEN .]I] (Morelli, [I[Libreria di Maffeo Pinelli]I], vol. V. p. 346, [I[App]I].), La rappresentazione di questo secondo lato è invero assai singolare, e meglio ricorda le [I[oselle]I] che non le comuni monete. Lo Zon, riportando questo pezzo sulla fede del Morelli, soggiunge: [I[È noto come l'Erizzo mori nel 1646, quando era in procinto di partire in qualità di generalissimo sulla flotta spedita contro i Turchi che aveano invaso il regno di Candia, a cui pare che abbia relazione quest'ultima moneta]I] (p. 60). Non potrei non soscrivere a questa savia opinione; infatti sappiamo urgente il bisogno di monete per la spedizione contro i Turchi, che nel 1645 avevano presa la Canea; ed io credo probabilissimo siasi coniato il presente reale per gli stipendii dell'armata in que' pochi mesi che volsero dalla perdita di quella piazza alla morte dell'Erizzo avvenuta il 3 gennajo 1646. E forse quest'ultima circostanza originò la sospensione dello stampo, che poi non venne ripreso dal suo successore.
Anche il favore che trovarono ne' commercii d'Oriente nel secolo XVII le piastre e i reali importativi dai trafficanti spagnuoli, mi fa ritenere essersi dalla Repubblica progettato pe' suoi possedimenti di Levante lo stampo di questi tre curiosissimi pezzi.
[T5] Leoni Morosini.
Gl'immensi dispendii che la Repubblica dovette sostenere per la guerra co' Turchi, gli ultimi anni del secolo di cui ci occupiamo, resero straordinariamente operosa in quell'epoca la zecca nostra. Ad agevolare pertanto le transazioni commerciali co' popoli del Levante, si determinò lo stampo di nuove monete che fossero in un medesimo facili a conteggiarsi ne' territorii ove durava la ideale lira di computo dalmata, e dove non si conosceano altre monete all'infuori da quelle della dominante. Nel 1688, ducante Francesco Morosini, uscirono dalla veneta zecca tali monete, che 2 e mezza d'esse uguagliavano uno zecchino, e delle quali ciascuna equivaleva a lire 10 di Dalmazia o lire 6. 16 di Venezia, perché allora nella capitale lo zecchino andava a lire 17, nelle province a lire 25.
Questa moneta, che dal leone rampante nel suo rovescio e dal casato del doge del cui nome primamente s'improntò fu appellata [I[leone Morosini]I], è conosciuta d'ordinario col nome di [I[lion per Levante]I] dalle memorie di zecca, le quali ne determinano il peso in k. 131, ed il titolo a peggio 300 la marca, o al titolo 0,739583, avente cioè d'argento fino per ogni pezzo k. 96. 85/96. Le stesse memorie ci conservarono la cifra del valore monetato in [I[leoni]I] e ne' loro spezzati, che monta alla somma di leoni 1,126,744. 1/2. Ed è invero singolare come oggi nelle raccolte si veggano così raramente i pezzi che appartengono a questa serie; né la si saprebbe spiegare tal rarità che pensando come la maggior parte d'essi fosse o recata in terre pochi anni dopo occupate da' Turchi, o messa fuori di commercio dal sopravvenire di nuove monete che trovarono più favore, come avvenne per esempio de' talleri battuti pel Levante, la cui comparsa nel 1756 dové far isparire i leoni che ancora rimanevano colà in corso.
[I[Leoni]I]. Il diritto di questa moneta, avente un diametro di m. 0,042, offre in proporzioni maggiori la rappresentazione dello zecchino, e reca dietro la figura stante di S. Marco la epigrafe in lettere verticali . S . M . VENET, e dietro al genuflesso doge il suo nome FRAN . MAVROC. Sotto la linea dell'esergo su cui posano le figure, alcuni esemplari hanno le sigle . A . G ., iniziali di Alvise Gritti massaro all'argento nel 1688. II rovescio offre il leone alato e nimbato, ritto sulle zampe posteriori, verso la dritta, e piegante a sinistra il capo, mentre tiene nella zampa anteriore destra la croce, nella manca una palma. Oltre il cerchio di perline che lo racchiude è la epigrafe FIDES ET VICTORIA.