[I[Pezzo da lire dieci]I]. = I due soli esemplari ch'io vidi di questa moneta sono conservati nel Museo Correr, ed uno d'essi scarseggia straordinariamente nel peso per aver tagliato il contorno, che nell'esemplare perfetto è sì largo da corrispondere ad un sesto del diametro della moneta, il quale tocca perciò m. 0,030 nell'uno, e 0,025 nell'altro pezzo. Quanto al peso è nel primo di k. 59, nel secondo di k. 29. Il diritto offre in tre linee orizzontali, la iscrizione allusiva ad una moneta nominale che non traeva d'altronde valore che dalla fiducia del popolo per cui s'era battuta, FIDES PVBLICA 1650. Sopra l'epigrafe è un piccolo leone, e a' suoi lati due punti intorno a ciascuno de' quali girano altri 5 punti disposti quasi ad indicare gli angoli di un pentagono, e sott'essa una stellina. Una linea circolare avvolge l'epigrafe ed i suoi ornamenti, ed è alla sua volta chiusa da giro maggiore ove alternano segmenti di circolo, punti e stelline, così disposti *).(*). Il rovescio offre una ben disegnata imagine di S. Marco in piedi, veduto di prospetto, che nella sinistra tiene il Vangelo e colla destra benedice. Gli stanno a' fianchi le sigle L e X le quali superiormente esposi che ritengo esprimere [I[lire dieci]I].
[I[Pezzo da lire cinque]I]. = Dello stesso nummo che servì nel 1648 a battere la moneta Grimani, cioè del pezzo da soldini 2. 1/2, si giovarono gli assediati abitatori di Candia per improntarvi un segno rappresentatore del quintuplo di quella più antica ossidionale. Almeno tali si mostrano i due soli esemplari che ne ho veduti, l'uno al Museo Correr, l'altro alla Marciana. Il diritto e il rovescio di questo pezzo portano i tipi medesimi del precedente, sminuiti nelle loro proporzioni, e col necessario mutamento a' lati del santo, ove scorgonsi le sigle L e V indicanti, secondo me, il valore di [I[lire cinque]I]. Il lavoro del conio n'è però assai scadente, il diametro di m. 0,020 senza il contorno.
Raffrontato questo pezzo col suo duplo, troviamo nell'ultimo, considerandone il miglior esemplare, una eccedenza del peso. Nessuna maraviglia però mi farebbe se questa eccedenza, che non supera i 5 k., fosse maggiore d'assai. Prescindendo anche dall'angustiosa fretta in cui tali nummi furono cusi sotto una pioggia di palle di cannone e di bombe, osserverò che non occorreva certa scrupolosità nel pesare i pezzi che monetandosi andavano ad assumere un valore affatto nominale.
[T5] Zecchino di cuojo.
Scrisse lo Zon nel suo più volte citato trattato della Zecca Veneta (p. 72): [I[Nel numero di queste monete temporanee, o piuttosto segni, o tessere per l'armata, potrebbe per avventura notarsi uno ]I]zecchino di cuojo[I[ col nome di Francesco Cornaro doge di soli 20 (]I]leggi 24[I[) giorni, nel 1656, simile affatto a quello d'oro di lui, ma di forma distinta e minore, con caratteri che, nella forma dell'E così segnato H, vi grecizzano, ed il quale fino all'anno presente (]I]1847[I[) si possedette dai conti Pompei di Verona colla tradizione che sia moneta battuta pei bisogni della guerra di Candia. Il suo tempo vorrebbe assegnarsi in vicinanza alla vittoria dei Dardanelli del 26 giugno di detto anno, e darebbe maggior probabilità il sapersi che in quegli anni stessi fu a quella guerra e vi sostenne cariche distinte il generale d'artiglieria conte Tommaso Pompei]I].
Ho riportate le stessissime parole dello Zon, che primo disse di questa strana moneta, della quale io spero sarò l'ultimo a dire. Conciossiaché sia ormai tempo di sbandire dalla numismatica veneta tante goffaggini alle quali non so come dessero luogo ne' lor lavori scrittori riputatissimi. Quanto ai rapporti storici del pezzo in questione, non sono d'accordo col mio illustre amico, perché la battaglia dei Dardanelli ch'egli, colla consueta sua esattezza, nota combattuta il 26 giugno 1656, avvenne dopo che al defunto doge Corner era già succeduto Bertucci Valier. Aggiungerò che in niuno scrittore, in nessun documento non ricorre il minimo cenno di monete di cuojo battute per le strettezze di Candia. E il silenzio de' documenti e degli storici è per me autorevolissimo, trattandosi d'epoca a noi vicina e delle cui memorie abbondano le fonti nostre.
Il pezzo che vide e descrisse lo Zon ebbi anch'io tra mani più volte, mentr'era in proprietà del sig. Giuseppe Dina intelligente ed onesto negoziante d'oggetti numismatici in Venezia; e in quella occasione potei a tutt'agio esaminarlo e paragonarlo ad altri zecchini di Francesco Corner che si vedono, quantunque rari, nelle raccolte, ma sempre in oro. Mi fu quindi agevole il convincermi che lo zecchino di cuojo fu veramente battuto col conio dello zecchino del Corner, e la differenza nella forma delle E che allo Zon apparvero foggiate come H non dipendeva che dall'essersi raggrinzato il cuojo, senza che s'avesse a supporre l'impiego di un conio particolare. Anzi a questo medesimo ristringimento della materia improntata ascrivo, senza tema d'errore, il diminuito diametro che rimarcava il mio amico. Il conio dunque su cui fu cuso il controverso pezzo si trovava nella zecca nostra ed era quello medesimo che servì allo stampo dell'oro, come lo provano luminosamente i confronti da me istituiti. E nel 1656 niuno lasciò memorie che la zecca di Venezia coniasse, invece d'oro, il cuojo; ma sappiamo anzi che in quegli anni si stampò quantità straordinaria di quel prezioso metallo appunto per sostenere l'isola travagliata e avanzare le imprese guerresche. Solo negli assedii della capitale di Candia s'ebbe due volte ricorso, come più sopra vedemmo, a nummi ossidionali; ma nel 1656 Candia era sbloccata e liberamente comunicava colla metropoli, onde traeva monete di valore intrinseco, non avendo necessità di pezzi di valor nominale.
Alla gran serie de' capricci di zecca ascrivo lo zecchino di cuojo del doge Francesco Corner. Durante lo stampo delle auree monete, sappiamo che la bizzaria di taluno che si trovava nella officina nummaria della Repubblica improntava di que' conii pezzi di rame o d'argento, non difficili a rinvenirsi nelle pubbliche e private raccolte. Così eseguendosi lo stampo degli zecchini del Corner, sarà saltata a taluno in cervello la stramba idea d'improntarne un pezzo di cuojo. Ecco ond'io credo traesse origine questo nummo singolarissimo, che non merita che d'ora in poi uomo se n'occupi.
[T5] Gazzette e Soldi.
Ultimi nell'ordine cronologico si presentano alle nostre considerazioni sulle monete di Candia le gazzette ed i soldi. L'epoca del loro stampo sappiamo con precisione dalle memorie di zecca fra le quali si legge: [I[Le gazzette e i soldi di rame per Candia furono fabbricati l'anno 1658]I]. Non ricordandosi qui tuttavolta in qual mese si desse mano a quel lavoro, sarei incerto se attribuirli al ducato di Bertucci Valier o a quello di Giovanni Pesaro, il primo morto in quell'anno, il secondo in quell'anno stesso innalzato alla ducal dignità.