Quella modestissima cena si componeva di ben poca cosa, ed il cavaliere la terminò presto.
La pioggia continuava sempre con eguale violenza: nulla faceva presumere che il cielo avesse a rasserenarsi presto; l'oste diceva al cavaliere che alle volte tali pioggie primaverili duravano tre o quattro giorni di seguito.
Tale prospettiva non doveva certo allettare il conte. Che mai poteva far egli onde ingannare il tempo, lungo forse, che dovrebbe passare in quella miserabile osteria: egli, abituato alla società più scelta ed aristocratica?
Se lo chiese però senza timore; la solitudine anche in quel luogo orribile non lo spaventava, poichè mai gli avveniva d'annojarsi.
L'oste lo invitò a sedere dinanzi al camino sgombrato dagli utensili di cucina, e nel quale ardeva un gran fuoco.
Il cavaliere vi si assise infatti: benchè fosse nobilissimo ed avesse avuto in vita sua grandi soddisfazioni d'amor proprio, non era orgoglioso: non riguardava con disprezzo quelli che la Provvidenza aveva fatti nascere al disotto di lui; per questo non isdegnò trattenersi in quella cucina, al contatto della povera gente che vi si trovava.
«Donna Livia, diceva tra sè, sì generosa ed indulgente farebbe lo stesso.»
Ogni qualvolta egli trovava qualche rassomiglianza tra i suoi sentimenti e quelli della duchessa provava un senso di gioja; gli sembrava avvicinarsi a lei.
Era un'ingenuità, direbbero molti.
E sia; ma di quelle ingenuità che si possono rinvenire in persone di spirito, e che fanno sorridere di compassione tanti sciocchi.