Un'ora dopo, il cavaliere di Malta era ancora seduto nello stesso luogo.
La notte era venuta: nessun avventore aveva colla sua presenza rotta la monotonia che regnava in quella vasta cucina, resa ancora più triste dalla meschina lampada ad olio che sola la rischiarava.
Finalmente il conte si alzò: il servo lo precedette con un lume: da un pezzo Antonio era già pronto.
Un letto abbastanza pulito attendeva il cavaliere: egli avrebbe dato assai assai perchè il sonno venisse a toglierlo tosto ai pensieri continui, che quasi lo stancavano. Ma è allora appunto che il sonno si fa attendere; e tutti dormivano nell'osteria che il cugino del duca vegliava ancora.
L'indomani il cattivo tempo imperversava come nel giorno precedente: come il precedente lo passò il conte, e verso sera, alla stessa ora del dì prima, era assiso al fuoco della cucina.
Vi stava da qualche tempo: da qualche tempo Ambrogio un po' discosto ciarlava colla moglie dell'oste, quando si udì battere con forza all'uscio di strada.
Si andò ad aprire, ed un uomo sulla sessantina entrò tutto stravolto.
L'oste al vederlo mise un grido di sorpresa; un altro ne mise la moglie.
—Voi qui! esclamarono insieme, volgendosi al nuovo venuto.
—Sì, per mia disgrazia, rispose egli.