Intanto si continuava a procedere in silenzio. Il servo, che per rispetto si teneva sempre un po' indietro dal suo signore e dal religioso, non si era avveduto di nulla; nulla aveva inteso; egli era anche quel giorno, ciò che era sempre, un automa movente, che sembrava aver ricevuto per sua parte di felicità la calma più grande ed inalterabile.

Si avanzava, e Loreto non era gran che discosto.

Il momento di lasciare il padre cappuccino si avvicinava: il conte pensava anche a questo. La sua ansietà di procedere raddoppiava però; benchè sentisse un'emozione penosa nel dire a sè stesso, come ogni lega, che lo approssimava alla meta, lo allontanava sempre più dalla sua isola natale, da Catania, dalla duchessa.

In mezzo alle sue preoccupazioni ei si chiedeva alle volte se mai la rivedrebbe; era veramente il suo un grande amore, e colla lontananza sembrava accrescersi. Certo contribuiva assai a fargli desiderare di affrettarsi. Il conte non sarebbe stato sì ansioso senza di esso; per quanto l'idea di compiere il voto del vecchio duca, di riparare alla sua colpa, portando a dei parenti sventurati delle speranze, un perdono che era loro dovuto, e che forse meritavano, avesse potuto bastare ad agitarlo.

Ma in quale posizione troverebbe quei parenti? Potrei saperlo in parte ora, pensò, se…. E senza finire di spiegare a se stesso ciò che intendeva, si volse di nuovo al padre Leone.

—Perdonate, gli disse, la mia curiosità, che deve sembrarvi davvero stravagante. La giovane donna, di cui parlaste, che conosceste a Pesaro, in quale condizione si trovava?

Il giovane religioso lo esaminò rapidamente; ma rispose tosto:

—Non era ricca, a quanto credo. Era vedova da poco, per quel che ne intesi; aveva due bambini.

—Il suo nome non lo conoscete?

—No.