In quel momento di guerra in Italia non ve n'era alcuna; sicchè l'amico del conte non potè parlare a lungo sul suo tema favorito.
Si chiesero al fratello di don Ottavio particolari sulle stragi della
Saint Barthélemy, durante le quali aveva egli detto essersi trovato a
Parigi.
Ei soddisfece alle domande fattegli, e dipinse con vivacità quell'orribile massacro, la desolazione degli sventurati ugonotti.
—Vidi, disse, moltissime scene strazianti: il corpo dell'ammiraglio di Coligny fatto segno ad infiniti oltraggi, e trascinato sino a Monfalcone, ove venne appiccato sulla forca destinata ai più gran malfattori. Non posso rammentarmi tale spettacolo senza rabbrividire. Quale ferocia in quella plebe fanatica!
—E nelle provincie la strage fu pur grande, a guanto ne intesi, interruppe il barone.
—Certo, riprese il fratello di don Ottavio, particolarmente a Lione, a quanto ne udii. Il re fu di una severità crudele.
—Ah sì! esclamò il conte di San Giorgio, tale massacro fa esecrando; come si può in tal modo opprimere vilmente degli infelici, se anche si ingannano nelle loro credenze?
—Avete ragione, caro conte, dispose il barone: vilmente è la parola. Infierire contro gente, che non è in numero per difendersi, non è certo prodezza; coloro, che non arrossiscono di mettersi cinquanta contro uno, secondo me, sono subito giudicati. Vili e crudeli.
—Sì, replicò il fratello di don Ottavio; dite bene: colle vostre parole delineate, barone, la plebaglia di Parigi; quella plebaglia che festeggiava intorno al cadavere del signor di Coligny, e che mi destò tanto ribrezzo.
Gli altri convitati ad intervalli appoggiavano più et meno caldamente tali opinioni; che per verità taluno di loro si dava poco pensiero degli ugonotti, già morti da un pezzo, e trovava che tale discorso non era il più adatto ad allietare un pranzo.