Qualche settimana prima in una camera d'apparenza modesta di una modestissima casa di Rimini la giovane donna, che il conte di San Giorgio aveva cercata invano a Pesaro, Gabriella, se ne stava sola, appoggiata ad una finestra, come se avesse bisogno di respirare un po' d'aria.

Pareva immersa in riflessioni dolorose.

Sì, quei grandi occhi neri e languidi, quel profilo dolce, eppure troppo spiegato, quel volto pallidissimo, vezzoso, ma triste, e sino il complesso della persona alta, ma delicata ed esile rammentavano in modo particolare donna Rosalia; erano i medesimi tratti, ma assai più affaticati e stanchi.

Gabriella vestiva a bruno, e ciò faceva sembrar maggiore la sua pallidezza.

Ad un tratto si mosse: aveva udito battere alla porta.

—Siete voi, Giovanna? disse; ma perchè ricondurre subito i bambini?…

Intanto apriva; le parole morirono sulle sue labbra.

Invece della servente e de' suoi figli vide un uomo ancora assai giovane intieramente avvolto in un gran mantello di color cupo.

Ella lo riconobbe; ed una specie di esasperazione parve impossessarsi di lei.

Il nuovo venuto rimase un momento immobile; indi rinchiuse la porta, e prendendo per una mano la donna, che non profferiva parola, la condusse nella seconda stanza, e la fece sedere.