Gabriella si lasciò cadere nuovamente sulla sua seggiola, e nascose il volto tra le mani.
Il giovane veneziano rispettò un istante quel silenzio, come quello che proveniva da mille affetti diversi.
Egli la comprendeva, non si era condotta come una eroina, ma era sventurata, non colpevole.
—Dunque, lo amaste? le chiese con dolcezza.
—Sì, lo amai, come la schiava ama il suo padrone, di un amore, che mi avviliva a' miei proprj occhi…. In pochi giorni lo amai così… Tanto ei mi dominava, che un solo suo sguardo arrestava sulle mie labbra le parole, quando volevo rimproverargli il modo, col quale aveva agito meco; sicchè quasi non osai più tentarlo…. Fu virtù la mia, o fu viltà?… Ahimè! che io stessa….
Marco la interruppe.
—Gabriella, le disse con dolcezza ed insieme con dignità, io non vi chiedo di più; comprendo qual dolore si debba sentire nel narrare, sia pure all'amico più devoto, le umiliazioni patite…. Non devo esigere che a tal dolore vi assoggettiate per me….
—Grazie, mormorò la giovane.
—Io, riprese Marco, devo cercare soltanto di alleviare le vostre sventure; vi offro ancora la mia mano e la mia fortuna, che in questi anni coi traffici e colla mercatura divenne ancor più considerevole….
—Che dite?