—Mio Dio, mormorò, la mia testa si spezza!… E nessuno mi consiglierà!…
X.
In quello stesso mese di aprile a Milano, in una sala riccamente ammobiliata di una casa situata nelle adjacenze di Sant'Ambrogio, due persone stavano sedute l'una in faccia all'altra dinanzi alla tavola, già mezzo sparecchiata. La cena era finita, e quelle due persone, un uomo ed una donna, sembravano discutere con qualche vivacità.
—Perchè mai tale capriccio, Federico?—diceva al suo commensale la donna, che era davvero bellissima, e della quale uno sfarzoso abito di raso rosso cupo faceva maggiormente risaltare le forme classiche ed i tratti perfettissimi.
—Come potete mai chiamar capriccio un desiderio sì naturale?
Il giovane, che aveva proferito questo parole, eguagliava la sua compagna in avvenenza, grande, ben fatto, con alcun che di sì elegante, di sì marziale nella persona, nei bei lineamenti, che non si poteva a meno di lasciarsi all'istante trascinare verso di lui. Vestiva una brillante e ricca assisa di ufficiale spagnuolo; poteva avere trent'anni circa.
Era Federico di Chiarofonte.
Non mostrava rassomiglianza alcuna con Gabriella, nè colla famiglia del duca; dei tratti caratteristici di quella famiglia ei non aveva che il nero eccessivo degli occhi, se tuttavia vi possono essere occhi troppo neri; ma la loro forma più bella, lo sguardo meno fiso e più simpatico davano loro una espressione diversa.
—No, non è capriccio, riprese poi, fissando con qualche distrazione la lampada d'argento, che pendeva dalla vôlta della sala.
La donna, che aveva parlato prima, lo esaminava con ansietà; un lampo di collera apparve in quell'istante sul suo volto, ma Federico non se ne avvide: quando si volse nuovamente verso di lei, ella aveva già ripreso la sua abituale fisonomia.