Alle stravaganze di Gabriella il povero conte pensava meno che potesse, onde non impazzire affatto.
Se, riescendo finalmente, poteva veder soddisfatta la duchessa, certo era quello un guiderdone meritato.
Ma per quanto cercasse serbarsi sempre calmo, non lo poteva intieramente. Ed i clamori, che trovò nella festosa Venezia, non sapevano distrarlo.
Gli sembravano come l'eco rumoroso dei mille pensieri, che si urtavano nel suo cervello.
Per non essere riconosciuto da qualche cavaliere di Malta, mentre girava per Venezia, guardava con circospezione intorno a sè, ed era contento di poter confondersi in una folla immensa.
Il Senato veneziano aveva mandato Jacopo Foscarini, Giovanni Micheli
ed altri con numeroso stuolo di nobili, ad incontrare Enrico III a
Ponteba, villaggio di confine tra il territorio della repubblica e la
Carniola.
Intanto erano già arrivati a Venezia, per prender parte al gran ricevimento ed ossequiare il re di Francia, i duchi Alfonso di Ferrara, Francesco di Mantova, Emmanuele Filiberto di Savoja ed il cardinale di San Sisto nipote del papa e suo legato speciale in quella circostanza.
Enrico, dopo essere stato festeggiato assai ad Udine, a Treviso, dovunque era passato, veniva ricevuto alle Malghere da sessanta senatori vestiti di porpora, poi finalmente arrivava per Murano in Venezia.
Qui il fracasso era grandissimo, la folla compatta, molte grida di giubilo, rumore immenso di cannoni, di tamburi, di trombe; un grande spettacolo insomma, a cui assisteva senza volerlo il conte di San Giorgio, che seguiva l'onda della gente assordato e confuso.
Il suo malumore, invece di dissiparsi, si accresceva con quell'allegria di tutti.