—Lo è ancora; ha un grado distinto nell'armata spagnuola ed è assai caro al governatore di Milano. Abita in quella città, non molto lungi dalla chiesa di Sant'Ambrogio. Se voi, cavaliere, lo cercate, è là che dovete recarvi.

—Mi vi recherò infatti: intanto vi ringrazio, signore.

Ed il conte fece per partire, ma il giovane lo trattenne.

—Perdonate, cavaliere, gli disse: aspettate un momento, voglio pregarvi di salutare Chiarofonte a nome di Prato, senza accennargli che io mi stupii della sua improvvisa risoluzione.

—Oh non temete!

—Sarebbe stato naturale; ma alle volte potrebbe averne dispiacere; quando lo vidi a Milano, mi parve desiderasse non gli si facessero molte interrogazioni.

«Perchè mai questo? si chiese il conte.»

—Basta, continuò il militare, è padrone di far quel che vuole certamente; ma pure mi sembra strano che non abbia più voluto rimanere con noi per andare al servizio della Spagna; egli, che ebbe sempre antipatia per gli Spagnuoli. Forse s'immischiò a loro senza pensarvi, fors'anche a Lepanto contrasse amicizia con alcuno di essi.

Il conte di San Giorgio, prima di lasciare il suo interlocutore, pensò indirizzargli qualche domanda sul padre di Federico. Forse colui potrebbe fornirgli particolari importanti.

—Vedo, gli disse, che conoscete molto Chiarofonte; tale conoscenza data certamente da lungo tempo.