—Da dieci o dodici anni Federico ed io entrammo giovanissimi nell'armata.
—So infatti che egli si fece soldato appena morto suo padre.
—Sì, interruppe l'altro, un bravo e valoroso guerriero anch'egli, a quanto ne intesi dire; io però non l'ho conosciuto.
Il conte si sentì tentato di chiedere a quel militare se Federico gli avesse mai parlato di sua sorella, quella giovane donna, che tanto lo aveva preoccupato, che lo imbarazzava ancora, e che gli aveva lasciato mille memorie diverse; ma nol fece. Fra poco non vedrebbe egli Federico?
Si congedò dunque tosto dal guerriero veneziano, ringraziandolo degli schiarimenti fornitigli.
«Che vorrà mai questo cavaliere di Malta da Chiarofonte? pensò il militare, seguendo collo sguardo il conte di San Giorgio. All'aria, ai modi pare un gran signore; davvero che ne saprei qualche cosa volentieri.»
Un'ora dopo il cavaliere partiva da Venezia; si faceva mille domande, si chiedeva sopratutto come agirebbe nel caso, in cui Federico non ne sapesse più di Gabriella sul loro padre.
«Possibile, pensava, che il cavaliere Dell'Isola, poichè sono certissimo che era lui, non abbia lasciato ai suoi figli, se non il suo segreto, una memoria almeno, alcun che, che potesse farli riconoscere?
«Questo Federico sembra un giovane valoroso, considerato, ed io sono certo ch'egli è mio cugino; ma se non ha prove, a che mi gioverà tale certezza? A che soprattutto varrà essa a sostenere dei reclami presso il duca?
«Donna Livia cercherebbe convincerlo, ma poco gioverebbe, lo temo; non rifiutò già d'ascoltarla?… Ah come il potè?… Eppure, se don Francesco così altiero, così violento le perdonò la distruzione di quella pergamena, l'insulto ricevuto dinanzi a tutti, convien dire che l'adori!… Qual amore, è mai il suo?…