L'ufficiale lo ringraziò di nuovo della premura, ch'ei si era preso per iscoprire dei parenti ignoti, portar loro il perdono di una famiglia riconciliata.

Il conte rispose con affettuose parole; credette inutile parlar ancora del duca.

Camilla non prendeva al colloquio che una parte secondaria e passiva.

—Avete ottenuto il vostro permesso? chiese il conte all'ufficiale.

—Sì, rispose egli, più presto di quanto credevo. Ho parlato col governatore.

—Ora vi dirò il modo, con cui dovremo agire.

—Vi ascolto, cavaliere.

Era la sera, come fu detto. Una dolce luce, projettata dalla lumiera d'argento, si spandeva nella sala. Le tappezzerie formavano come un'alcova intorno alle seggiole di Federico e del conte, e comprendevano nella specie di circolo da esse tracciato anche Camilla, che stava un po' più lungi. L'ambiente, l'ora, il luogo invitavano davvero a parlare di cose delicate e segrete.

Quella donna sì ammirabilmente bella, quel cavaliere di Malta dai tratti regolari, fortemente improntati e severi, quel bell'ufficiale, che accarezzavasi preoccupato i baffi fini e nerissimi, formavano un quadro, che avrebbe impressionato qualunque immaginazione.

Quanti si sarebbero soffermati ad osservarlo, trattenendo il respiro, per tema di vederlo svanire al menomo soffio!