La dalmatina contava per riescire in una di quelle sequele continue di equivoci, di mezze parole, male interpretate, fraintese, che alle volte mantengono a lungo in errore; in una di quelle situazioni insomma che, abilmente preparate, abilmente mantenute, rendono impossibile a due persone, anche vicine, di spiegarsi intieramente.

Camilla aveva già principiato a porre, e porrebbe poi affatto, Gabriella e Federico in tale posizione. Ma prima occorreva veder sola la cognata.

Di qui i grandi riguardi, che diceva indispensabili verso una donna così timida e sofferente; la necessità ch'ella dovesse prepararla poco a poco alla partenza.

Intanto Federico rientrò. Come aveva detto, erasi trattato semplicemente di ricevere i saluti d'un suo compagno d'arme, uno spagnuolo, col quale aveva contratto qualche amicizia.

Era sempre con un vivo sentimento d'interesse e di simpatia che il conte arrestava i suoi sguardi sull'ufficiale. Provava un vero senso di pena nel pensare che quel bel cavaliere, adorno di tanti pregi, sarebbe stato eternamente straniero alla famiglia, se i desiderii di don Francesco si fossero realizzati.

Dopo essersi trattenuto ancora qualche tempo, il cavaliere di Malta si congedò.

—Addio dunque, cugino, disse a Federico, ormai vi considero come un parente.

—Io, conte, rispose, attenderò ancora a chiamarvi cugino, quantunque come tale mi siate già caro.

Quelle esitazioni, quella delicatezza accrescevano nel conte il desiderio di veder presto l'ufficiale autorizzato a portare il nome, che gli spettava, ed escire da una situazione precaria.

—Ora permettetemi che io vi accompagni al vostro alloggio, conte, disse ancora Federico.