—Narratemi tutto, mia cara, le disse donna Livia facendola sedere a lei vicina sopra una panca di pietra.
Tale confessione l'attendeva, benchè non avesse voluto provocarla con domande.
—Oh voi sola mi amate, signora! Voi sola siete buona meco. Perchè non ebbi in voi maggior fiducia? Perdonate.
—Che dite? Vi comprendo.
Ella la ringraziò, stringendole le mani.
Ah sì aveva bisogno di un'amica indulgente!… Poi, a voce bassa e tremante, cominciò le sue confidenze:
—Quando l'anno scorso il principe degli Alberi venne a stabilirsi a Catania, per la morte dello zio, che gli aveva lasciato tutte le sue sostanze, fu tosto ricevuto da mio padre, il sapete. Donna Maria allora non era qui; da poco era partita con quella nostra cugina per Palermo, ove si trattenne sei mesi, vel rammentate?
—Certamente.
—Ah perchè lasciò Catania? Prima egli l'avrebbe amata, ma almeno non avrebbe lusingato me…. Il mio avvenire non sarebbe distrutto; perchè vedete, donna Livia, io potrò tentare di rassegnarmi, ma mai di amare un altro.
La duchessa non rispose; ella, che avrebbe voluto serbarsi fedele ad una tomba, non poteva trovare quelle parole insensate. Per quanto il suo carattere fosse superiore, per quanto ella fosse ragionevole, aveva amato con passione, era ancora giovanissima, sicchè le sue memorie erano sempre vive.