Otto giorni dopo spuntava l'aurora del dì, che doveva unire il principe a donna Maria.
Come dire degli strazj, a cui doveva essere in preda la povera fanciulla, che tanto lo aveva amato?
Certo le era d'uopo di tutta la sua fede, di tutta la sua religione, per non essere presa ancora dal funesto proposito di togliersi la vita.
La duchessa l'aveva ella medesima condotta al suo castello sin dal dì seguente al colloquio da lei avuto col marito.
Ve l'aveva lasciata con suo figlio e colla fidata governante, ingiungendo a questa di vegliare sulla sorella del duca continuamente, dicendole che soffriva di convulsioni ed era necessario non perderla di vista; aggiunse facesse in modo ch'ella non s'avvedesse di una tale sorveglianza poichè se ne sarebbe atterrita.
Donna Livia aveva fatto ciò per una precauzione di più; ella era persuasa che donna Rosalia, fattasi ragionevole si era rassegnata a vivere.
La duchessa provava per lei una compassione profonda, un affetto sincero, mentre sentiva per donna Maria una specie di ripugnanza; e tal ripugnanza non era nuova. Mai ella aveva potuto amare la bella fidanzata del principe; la loro antipatia era reciproca; solo donna Livia non aveva mai tentato nuocere alla cognata, mentre invece questa si era provata a perder lei.
La duchessa si rammentava la promessa fatta a donna Rosalia, e benchè di contraggenio si proponeva di adempirla; ma ciò era difficile.
Ella non voleva certo essere udita da donna Maria e neppure dal duca, sempre sì pronto al motteggio. Perciò aveva deciso attendere il giorno del matrimonio: in mezzo alla gente, che non si mancherebbe d'invitare per le nozze, troverebbe bene un momento per parlare al principe da sola a solo.
Era il primo di maggio. La campagna già ridente pareva invitare alla gioja: un sole splendido e puro sorrideva a donna Maria ed al suo fidanzato.