Pensava che donna Rosalia, così religiosa, non dovesse soffrire della vita claustrale. Poi i loro gusti non avrebbero armonizzato. Che avrebbe fatto d'una sposa così melanconica?… Insomma egli trovava cento buone ragioni per felicitarsi di non averla presa in moglie.
I vezzi di donna Maria facevano il resto.
La bella principessa veniva ammirata dai parenti, lodata, corteggiata da tutti.
Suo marito se ne compiaceva vivamente.
Gli elogi prodigati a donna Maria lo lusingavano; chiedevasi persino se ei fosse degno di tanta bellezza, di tanta vivacità, di tanto brio, di tanta grazia.
I giovani sposi non avevano lasciato Catania; vi si divertivano molto. Il principe, benchè avesse parlato alla duchessa di esistenza oscura ed ignorata, non vi era portato per nulla, e donna Maria odiava la vita pastorale.
Suo marito trovava talvolta, è vero, ch'ella era un po' troppo prodiga di bei sorrisi, di sguardi affascinanti; ma ella con uno di quei sorrisi, con uno di quegli sguardi, che lo preoccupavano, calmava la sua gelosia, distruggeva i suoi sospetti, talora lo faceva pentire, lo incantava sempre.
Ed ei finiva per dirsi che quegli sguardi, che quei sorrisi facevano solo che da molti s'invidiasse la sua felicità.
Ad un gran convito, dato dal principe tre settimane circa dopo le nozze, furono invitati anche il duca e la duchessa. Don Francesco solo vi intervenne.
Era egli in voce di essere stravagantissimo ed eccessivamente geloso; così l'assenza della giovane duchessa non poteva meravigliare alcuno in una riunione, di cui facevano parte brillanti cavalieri e militari di distinzione.