Anche questa volta il marito di donna Livia non lo lasciò continuare, e:
—Questo non è affar vostro, ve lo ripeto: d'altronde il povero duca non ragionava più: era fuori di sè:… e voi dovete convenirne, se vi preme la vostra vita: od almeno dovete obbedirmi.
—La mia vita è consacrata a Dio, e nulla mi dorrebbe perderla in servizio suo,—rispose il frate con qualche esaltazione.
—Oh, non declamazioni, ve ne prego! Vi ho già prevenuto; vi ho detto di rispondermi con precisione, con chiarezza. Alle corte, tacerete?
Il benedettino rimase silenzioso.
—Che? pensò il duca, avrei dato anche in un frate che non ha paura?
Non so cui mi tenga dal finirla a dirittura con costui!… Ma….
Ei seppe contenersi.
Don Francesco non era uno di quei signori scapestrati che si gloriavano delle loro prepotenze. Egli invece desiderava coprire con un velo abbastanza fitto le sue. Sino ad allora non aveva avuto occasione di usarne molte, grazie al suo carattere freddo e pochissimo inclinato ai piaceri. Assai gli premeva d'altronde esser tenuto per degno capo di una casa illustre: e siccome la venerazione, che circondava i benedettini, e quella in particolare che si aveva per quel predicatore era grandissima, ei non volle per allora porre le minacce ad effetto, benchè ne sentisse gran voglia.
Pertanto non rinunciava certo allo scopo che si era prefisso. Solo pensò tentare altra via; poichè non era riescito subito, come lo aveva sperato, ad atterrire il frate.
Si volse a lui con una certa benevolenza mista di ironia, e: