—Sareste liberata da una catena odiosa, da un uomo che vi tiranneggia, che vi annoja!…—esclamò don Francesco tra la tenerezza e la rabbia.
E dopo un istante:
—Ammiro la vostra presenza di spirito, ma non m'ingannerete…. È la vita di colui che vi preme; quella sola…. lo comprendo…. Ma non riescirete a serbargliela, no.
«Ah, disse tra sè donna Livia, sarà assai difficile persuaderlo!… E se sapesse che ho veduto Federico! Cielo!… Eppure io ho dei nemici…. quelli, che gli narrarono del cavaliere di Malta…. Ah! forse non potrò salvarmi!»
E volgendosi al duca:
—Io dissi il vero. Se voi moriste in questo duello, quale esistenza mi rimarrebbe? Sarei straziata da rimorsi immeritati, e che pur nondimeno mi riescirebbero insopportabili…. Se morisse egli, che mi salvò la vita, non potrei più vedervi senza orrore….
—Orrore!
—Sì; dunque che mi rimane? Qualunque sia il risultato di questo duello, e voi sapete benissimo che non può essere certo nemmeno per voi, io sarei sempre infelice…. infelice tanto che prima eleggo morire. Vedrete che non lo dico invano! Il suicidio, dal quale abborrii sempre, nella posizione in cui mi trovo, è una necessità…. Vi ricorrerò senza esitare…. Iddio mi perdonerà!
E si assise dinanzi alla tavola, appoggiò il capo ad una mano e rimase immobile.
Il duca era un po' spaventato.