—Sì, donna Livia ed il marchese. Alla nostra vista i corsari lasciarono le loro prede, e si posero sulle difese. Federico si gettò come un fulmine nella barca investita; non perdette un secondo, fece prodigi di valore. Io, benchè meno pronto, lo secondai tosto. Seguì una lotta disperata. Alfine riescimmo a liberare il marchese e sua figlia, perchè anche i servi, incoraggiati dal nostro ajuto, fecero del loro meglio, e si riscossero dall'abbattimento di prima…. Io conoscevo il marchese del Faro sino dalla mia fanciullezza; molte volte per diversi motivi ero andato al suo castello…. Appena fuggiti i corsari, gli sguardi di tutti si portarono su Federico, che era stato il vero eroe di quella avventura. Ci atterrimmo vedendolo coperto di sangue. Aveva ricevuto diverse ferite, e mentre tentava rispondere al marchese ed a donna Livia, che stavano esprimendogli la loro entusiastica riconoscenza, egli svenne. Senza di lui tutto sarebbe stato finito per donna Livia e per il marchese. Questi lo fece trasportare al suo castello, dove gli vennero prodigate mille cure. Per più d'un mese le sue ferite lo obbligarono al letto. Io andava dal castello a Messina, da Messina al castello, ove talvolta mi fermavo anche più giorni di seguito. Ora che vi dirò, signor conte?… Federico guarì; convalescente, passeggiava pel giardino con donna Livia, che aveva molta libertà, parlava seco a lungo; nessuno conosce meglio del mio amico l'arte di farsi amare. Le donne hanno sempre fatto pazzie per lui…. Donna Livia aveva vissuto ritiratissima; trattato soltanto fino allora gli ospiti di suo padre, vale a dire vecchi filosofi, frati, ed altre persone di simil genere, che certo non potevano ispirarle amore…. Dunque, capite, signor conte….

—Capisco….

—Donna Livia s'invaghì tanto di Federico che riescì ad ottenere dal marchese l'assenso alle nozze di lei, ricchissima, con un guerriero di ventura, nobile ma senza fortuna. Forse la riconoscenza contribuì a persuadere il marchese. Anche Federico amava molto donna Livia; solo gli doleva assai la distanza delle loro condizioni. Ella cercava tranquillarlo continuamente, ed il marchese lo trattava assai bene. Così si giunse al settembre; che il marchese, o perchè pentito, o per altro, non si curava di sollecitare le nozze. Quell'amore era tutto poetico, tutto gentile….

Al cavaliere di Malta quei dettagli davan certo poco piacere; pure ascoltava con viva attenzione. Perchè? Forse non lo sapeva egli stesso.

Dal Pozzo proseguiva.

—Intanto si parlò di una grande guerra, di una lega dei Cristiani contro i Turchi. Il marchese, che certo, benchè riconoscentissimo al mio amico, non era incantato d'averlo per genero, si adoperò tosto a dimostrare con gran finezza ed assai velatamente come un guerriero valoroso non possa mai nel momento del periglio disertare la sua bandiera. Federico non aveva bisogno di molti incitamenti, egli è suscettibilissimo; alle prime parole dichiarò che voleva partir per la guerra. Il marchese l'approvò, dicendo che donna Livia, una fanciulla coraggiosa, ferma, non doveva opporsi. Ed infatti ella, benchè con molta pena, si rassegnò. Prima di lasciare il castello, Federico per delicatezza, dopo essersi congedato da donna Livia, le scrisse una lettera, che io stesso le recai, e nella quale le rendeva la sua libertà. Ma ella non l'accettò; lo rimproverò anzi con un suo foglio di temer sempre ch'ella avesse a pentirsi.—Donna Livia non è niente aristocratica, il saprete; di ricchezze non si preoccupava. Suo padre era certo pentito di non averla maritata prima; ma gli piaceva averla seco, e contava sceglierle uno sposo più tardi…. Ed intanto se l'era scelto lei…. Prima che io partissi, il marchese mi fece chiamare: Sentite, Dal Pozzo, mi disse: se, avvenisse qualche accidente a Chiarofonte in questa guerra, avvisatemene il più presto possibile. Io promisi e partii con Federico. Raggiungemmo l'armata veneta. A Lepanto il mio amico ed io eravamo sulla nave capitana del Barbarigo, a fianco del quale Chiarofonte combattè disperatamente. Dopo la battaglia, corsi in traccia di lui; egli era ferito mortalmente, a quanto ne diceva il medico. Mi riconobbe però e mi consegnò un anello di brillanti datogli da donna Livia, ma non potè parlare. Compresi egualmente la sua intenzione. Egli intanto svenne; mi fermai ancora qualche momento; vedendo che non rinsensava, lo credetti già morto, e mi allontanai piangendo da quella scena funesta di cadaveri e di feriti. La notte istessa mi s'inviò su di un'altra nave a Candia. La morte di Federico mi aveva disgustato della vita militare…. Appena fui libero, ritornai a Messina; ma non fu che quasi cinque mesi dopo la battaglia di Lepanto. Trovai morto don Alfonso mio zio, che mi aveva lasciato tutte le sue sostanze. E dopo qualche giorno consacrato ai miei affari, mi recai al castello dal marchese. Fui introdotto nella sua stanza da letto. Egli era sdrajato su di una lunga seggiola. Era assai cangiato: sembrava aver poco da vivere. Sua figlia seria e triste gli sedeva vicina. Un po' più lungi stava un cavaliere, che leggeva, o fingeva leggere. Era don Francesco, il duca, che io non avevo mai veduto. Non me ne preoccupai, chè egli anche allora mostrava assai più anni che non ha, o colla sua aria burbera, accigliata sembrava più un amico del marchese che un amante di donna Livia. Ero atteso. Infatti se Federico fosse stato in vita, da molto tempo sarebbe stato già là. Vedendomi, il marchese mi disse debolmente: È dunque morto?—Sì, risposi io commosso, da valoroso. Allora il cavaliere, che stava leggendo, si alzò, involontariamente certo perchè tornò a sedere, senza profferire parola. Donna Livia escì rapidamente, io feci per seguirla. Sì andate, mi disse sommessamente il marchese, persuadetela voi….. Infine se è morto…. Obbedii; mentre escivo, udii queste parole nella stanza del marchese: Ora sarà mia? Ve lo prometto. Raggiunsi presto donna Livia, e mi assisi vicino a lei in una delle sale terrene. Ella piangeva. Dopo qualche tempo mi chiese i particolari della morte di Federico. Glieli diedi, e le rimisi l'anello, ch'ei mi aveva incaricato renderle, e ch'ella baciò sospirando.—Fatevi forte, donna Livia, le dissi: voi non siete una donna volgare; dovete saper sopportare questa sventura. D'altronde da un pezzo dovevate attendervi a tale annunzio. Infatti lo prevedevo. Sono già passati cinque mesi da quella battaglia. Basta, mi sforzerò…. Eppure non potrò nemmeno piangere Federico. Mio padre vuol maritarmi…. Ed ora, che non avrò più pretesti, dovrò obbedire, lo comprendo.—Mi spiegai allora le parole udite poco prima nella stanza del marchese. Con quel cavaliere, che stava leggendo? domandai. Sì, con lui. Chi è? Don Francesco dell'Isola, figlio del vecchio duca. Lo conosco di nome, risposi; è di Catania. Ella tacque. Rassegnatevi; che volete fare? le dissi. Taceva ancora. Avete dell'attaccamento per lui? Perdonate, cara donna Livia; è come amico di Federico, che mi permetto tal libertà. Oh io ho fiducia in voi, rispos'ella. Vi narrerò tutto. Mio padre era certo malcontento di avermi promessa al povero Federico: eppure non gli dobbiamo noi la vita?…. Dopo la vostra partenza, andava dicendomi che mi sarei poi pentita di tanta costanza; che alfine Chiarofonte aveva offerto tante volte di rendermi la mia libertà; ma non mi esortava a lasciarlo; di lui parlava pochissimo. Intanto era avvenuta la battaglia di Lepanto; i giorni, le settimane passavano: nessuno….. Mio padre ripetevami che certo Chiarofonte doveva esser morto…. Quanto soffrivo! Pure mi sforzava a mantenermi calma, e rispondevo sempre a mio padre che tal morte non era certa. Tre mesi fa, sul principio del dicembre, giunse qui don Francesco. Eravamo soli al castello. Mio padre me lo presentò come un amico, che era lietissimo di ospitare, senza farmi menomamente sospettare ch'egli aspirasse alla mia mano. Io, benchè tanto triste, cercai di accoglierlo bene per compiacere mio padre. Parlavo seco lui a lungo, come ho sempre fatto coi tanti, che venivano qui. Mio padre intanto ammalò: don Francesco era sempre seco; per necessità dovevo trovarmi con lui. La sua aria imperiosa, altiera sprezzante mi piaceva poco…. Ma, siccome egli non mi parlava mai d'amore, non me ne preoccupavo. Io volevo rimaner fedele a Federico, fosse anche alla sua tomba. Però don Francesco alle volte mi guardava in una certa maniera, che mi turbava. Finalmente un giorno, trovandosi solo con me, mi disse che mi amava, e che mio padre con gran gioja mi avrebbe data a lui.—So, aggiunse, che non volete maritarvi; ma è impossibile persistiate in tale follia.—Follia! risposi; perchè? quando io ne sono contenta…. Io, don Francesco, non posso più amare, perchè amai quello, cui devo la vita.—Lo so, lo so, mi rispose; il marchese mi ha raccontato tutto. E se lo sapete, signore, perchè mi offrite la vostra mano?—Egli si accigliò. La rifiutate? mi disse.—Compresi che ora molto alterato.—Non ve ne offendete, don Francesco, risposi; apprezzo l'onore che voi mi fate, e mi duole, credetelo, dare un rifiuto ad un cavaliere del vostro merito; ma non voglio ingannarvi…. Io non posso più amare, vel dissi.—Egli fece un vivissimo movimento d'impazienza, e mi lasciò dicendomi: bene, rifletterete; già colui è morto. Mi attendevo quasi vederlo lasciare il castello: ma invece vi rimase e tornò a parlarmi come prima. E voi? Io non potevo evitarlo; ero forzata a trovarmi sempre seco nelle stanze di mio padre, il quale ha per lui una gran deferenza, e mi esortava a sposar don Francesco, dicendomi che Chiarofonte era morto certamente, e che gli cagionavo un gran dolore ostinandomi. Potete immaginarvi, Dal Pozzo, quanto abbia sofferto in mezzo a tante contraddizioni; però tenevo fermo. Datevi pace, le dissi io allora; infine se questo cavaliere vi vuol bene! Oh, rispose ella, io non amerò altri mai che Chiarofonte. Quanto volentieri rimarrei libera! Vivrei da sola! Per qualche tempo si tacque. Ma vostro padre è molto ammalato, le dissi io. Pur troppo! e per questo non potrò negargli quanto mi chiederà. Un uscio si aprì: entrò don Francesco. Donna Livia, le disse guardandola fissamente, vostro padre vi domanda. Ella si alzò per andar dal marchese senza profferire parola. Io rimasi solo col duca. Mi squadrò con quell'aria burbera, che gli è affatto particolare, indi: Signore, mi disse, il marchese desidera che non rattristiate troppo sua figlia con dettagli inutili…. Ciò mi sorprende, signore, risposi; il marchese mi conosce; dovrebbe sapere che desidero la pace sua e quella di donna Livia, e che nulla farò per turbarla. Benissimo. Fece qualche giro nella sala, poi si allontanò. Poco dopo ritornò donna Livia. E così? le domandai. Così, non vel dissi? che nemmeno avrei potuto piangere Chiarofonte? Mio padre mi parlò con amore; mi disse che sarebbe morto disperato, se non acconsentivo a sposar don Francesco; egli piangeva…..—E voi prometteste? Ed io promisi.

Il conte di San Giorgio ascoltava senza battere palpebra, chè non voleva tradire un troppo vivo interesse per la giovane duchessa.

L'altro proseguiva:

—Sì, continuò donna Livia, sposerò don Francesco. Io, che avrei resistito a dei comandi, cedetti a delle preghiere; ciò che la violenza non avrebbe ottenuto giammai, lo ottenne la dolcezza. Ma rassegnatevi, diss'io, cara donna Livia, potrete essere ancora felice. Felice con don Francesco! riprese ella amaramente. Però piangerò in segreto; non voglio essere nè rimproverata, nè motteggiata delle mie lagrime. E salì nelle sue stanze, dopo avermi stretta la mano. Il marchese mi fece domandare. Era solo; m'invitò a restare al castello finchè donna Livia fosse maritata al futuro duca dell'Isola, che a lui certo piaceva assai più del brillante Federico. Io non potevo dare assoluto torto al marchese; voleva assicurare l'avvenire della figlia; era naturale! Gli promisi ajutarlo a persuaderla; perchè, dissemi, se si mostrasse troppo malcontenta, temerei che don Francesco se ne offendesse, ora che è il suo fidanzato. E quando la sposerà? Fra qualche giorno; capisco che è un po' crudele affrettar tanto; ma io, vedete, non ho tempo da perdere; se morissi prima ch'ella si legasse, sarebbe capacissima di non voler più maritarsi, come si era già proposta. Spero che in avvenire comprenderà che io ebbi ragione, e benedirà, fors'anche la mia memoria. Infine non potrebbe trovare un partito migliore di don Francesco; benchè un po' troppo serio, un po' burbero, è un cavaliere di gran merito. L'ama molto; finirà poi per amarlo anche lei. Sembra rassegnata, risposi. Ve lo disse lei? Sì. Il marchese respirò. Vedo che le vostre parole le fanno bene, e mi strinse la mano. Io era commosso; quel povero vecchio mi faceva quasi compassione. In quella entrò don Francesco. Mia figlia è vostra, gli disse il marchese. Avete il suo consenso? chiese egli con qualche vivacità. Sì.—Benissimo; sarebbe stata vera pazzia il distruggersi su di una tomba. Egli si arrestò vedendomi. Non temete, gli disse il marchese; Dal Pozzo è un giovane saggio, un giovane prudente: mi approva, e consigliò anch'egli donna Livia a non perdere miseramente il suo avvenire. Egli, pensando forse che gli avevo giovato, parve rabbonirsi meco, e infatti, chi è ragionevole mi disse, comprende che sarebbe stata una vera follia. E volgendosi al marchese: Dunque il matrimonio è per lunedì? Sì; potete parlare a mia figlia quando volete. Egli sorrise. Va bene, disse. Perdonate la sua tristezza, don Francesco, continuò il marchese; bisogna compatirla; l'annunzio di questa morte, benchè preveduta da tanto tempo, la mia malattia istessa…. Oh già vel dissi! sono capricci di donna, che passeranno. Mi sarei già offeso delle sue ripulse, aggiunse con alterigia, se non le riguardassi come tali. Come avevo promesso al marchese, io rimasi al castello, perchè donna Livia istessa mi disse che la mia presenza le era cara. Passarono quattro giorni. Donna Livia era molto triste, parlava poco, ma, come lo aveva detto, non si lasciava scorgere a piangere.

Ah! pensava il conte: è proprio del carattere di don Francesco di ostinarsi, e volere una cosa a qualunque costo, assolutamente…. Sempre fu così! Povera giovane!