—Giunse il lunedì; si fecero le nozze nella cappella, quasi segretamente. Il marchese istesso volle assistervi, e vi si fece trasportare nel suo gran seggiolone. Quali nozze! che foschi presagi! Ed erano gli eredi di due grandi famiglie che si maritavano in quel modo. Don Francesco sembrava quel giorno meno accigliato; donna Livia invece era più seria del solito, ma molto calma.
Io pensavo a Federico; provavo una specie di voluttà amara nell'assistere al matrimonio di donna Livia, che lo aveva amato tanto; ma pensavo anche se quella giovane così costante sarebbe stata poi felice col mio amico, tanto facile ad innamorarsi di tutte.
—Ah ella era calma?
—Sì; donna Livia, il saprete, signor conte, è molto energica, molto coraggiosa; però non si riesce a vincere il morale, se non a danno del fisico…. Ed ella lo provò in quel giorno. Appena escita dalla chiesa, fu presa da un forte deliquio, da una specie di convulsione.
Il cuore del conte si strinse.
—Però di quelle convulsioni ne aveva sofferto altre volte. Il medico del marchese si provò a farla rinsensare; ma fu inutile ogni rimedio. Don Francesco allora disse che certo ella abbisognava di riposo; la portò egli stesso nel suo appartamento. Il marchese era già stato posto a letto, essendo molto stanco ed abbattuto. Io andai da lui; gli narrai dello svenimento di donna Livia, ed egli mi mandò a prendere sue notizie. Obbedii, e ne chiesi all'uscio della camera in nome suo. Don Francesco mi rispose che era rinsensata, e stava meglio. Io mi allontanai. Il giorno dopo salutai il marchese, andai a congedarmi da donna Livia, che mi sorrise con amarezza; non potè che dirmi poche parole di commiato; suo marito era là. Partii. All'istante di lasciare il castello, vidi don Francesco venire a me. Signor Dal Pozzo, mi disse, io desidero che nessuno sappia mai ciò che avvenne qui in questi giorni; che mai proferiate con alcuno il nome del vostro amico, e narriate la strana avventura, che lo fece conoscere a mia moglie. Se faceste il contrario, me ne rendereste ragione.—Mi guardò in modo, come se volesse atterrirmi. Non ho bisogno di queste minacce, signore, risposi, per essere discreto. So quanto devo a donna Livia, al marchese ed a voi. Egli mi guardò allontanare con qualche diffidenza. In seguito, vedendo che io non avevo mancato alla mia promessa, dovette essere contento di me, poichè lo incontrai diverse volte, e sempre mi salutò con benevolenza.
Ecco, signor conte, perchè l'amore di donna Livia per Federico rimase a tutti segreto. È naturale che il duca desiderasse tenerlo celato. Credo però che mille volte abbia maledetto Chiarofonte e la sua memoria. Chi gli avrebbe detto ch'egli era suo cugino? che aveva diritto di portare il di lui nome? Il marchese per previdenza forse, o per altri motivi, aveva voluto che donna Livia non dicesse ad alcuno che egli l'aveva promessa a Chiarofonte; voleva attendere per farlo, diceva, il momento delle nozze. Il carattere riservato di donna Livia, la delicatezza di Federico fecero che neppure i servi sapessero ch'essi erano fidanzati.
—È un caso stranissimo, disse il conte, che non aveva voglia di parlare.
—Certo, continuò Dal Pozzo, don Francesco in fondo, checchè ne avesse detto, si dava pensiero di quell'amore, benchè credesse morto il rivale. Difatti il giovedì, che precedette il suo matrimonio con donna Livia, io lo udii dire al suo futuro suocero: Ah marchese, marchese, che avete voi fatto a promettere vostra figlia ad un guerriero di ventura? Me ne pentii tosto, già vel dissi, rispondeva il marchese: ma alfine gli dovevo la vita mia e quella di donna Livia. Dovevate ricompensarlo, largamente ricompensarlo! Oh! riprese debolmente il vecchio, offrirgli una ricompensa!… Guai, se lo avessi fatto! me l'avrebbe gettata in viso; era altiero quanto potete esserlo voi, don Francesco….
Signor conte, vi ho detto forse più di quanto avrei dovuto; ma la mia fiducia in voi è intiera…. D'altronde la risurrezione di Federico fa che il segreto assoluto non sia più possibile.